Nuvole scure all’orizzonte

Guardo con estrema preoccupazione a quello che è successo al Quirinale in queste ore. Chi si diceva strenuo difensore della “Costituzione più bella del mondo e quindi intoccabile” sta lavorando nel completo non rispetto della storia costituzionale della nostra democrazia. Le pressioni esterne che sta ricevendo il Presidente della Repubblica sono preoccupanti. Per fortuna Sergio Mattarella sta dimostrando un grande senso dello Stato e una prudenza da vero statista. Non si era mai visto prima un governo politico che esprime un premier tecnico, o “un professorone” come direbbe qualcuno. Un premier che peraltro non avrà alcuna libertà d’azione, in quanto è apparso sulla scena quando tutto è già stato deciso (programma, squadra di governo) e verrà deciso da altri (nomine di tutti i maggiori enti statali). Sarà un mero esecutore di ordini di forze politiche di cui lui stesso anni fa si era detto “non simpatizzante”. Preoccupa inoltre che questo nuovo fantomatico “premier del cambiamento” abbia compilato un curriculum vitae in modo tutt’altro che chiaro e professionale, fatto altamente screditante in ambienti di alto profilo accademico, a cui Conte si vanta di appartenere. Insomma, non si stanno seguendo di certo i presupposti di assoluta onestà e trasparenza con cui ci hanno bombardati in campagna elettorale.

Ma quel che più preoccupa è il futuro di questo paese che già vive un presente fragile. Cosa di buono può produrre un programma di governo che non risponde a nessuna regola scientifica, matematica ed economica? So bene di cosa parlo, dal momento che quasi tutto il mio mandato di sindaco è segnato dalla fatica di risistemare il bilancio comunale che ho ereditato, un bilancio squilibrato e ingiusto per le generazioni future, un bilancio basato sui debiti. Il mio consenso politico ne risentirà sicuramente, ma posso dire di aver agito secondo le regole di equilibrio e responsabilità: questo è il vero cambiamento. Dove sta il cambiamento invece nel programma di un governo che punta a tornare indietro di trent’anni, in quegli anni ‘80 che hanno dato inizio all’esplosione del debito pubblico di cui ancora paghiamo le conseguenze? Sia Lega che i pentastellati puntano rabbiosamente ad aumentare il debito, rispolverando quell’assistenzialismo in salsa patriottica che abbiamo già conosciuto in questo paese.

L’idea è insomma spendere ancora una montagna di soldi pubblici, per ottenere consenso immediato nel presente, lasciando il conto da pagare a chi viene dopo. Come pensare di aiutare un tossicodipendente che faticosamente da anni cerca di uscire dal tunnel, offrendogli un’altra dose per farlo stare subito meglio. L’Italia si stava finalmente rialzando, come i dati ufficiali ISTAT confermano, dopo un percorso lungo e faticoso. Perché solo con la fatica, la competenza e il lavoro duro ci si rialza. Purtroppo molti hanno invece scelto di fare dietrofront, di credere negli alberi di monete del gatto e la volpe. Nazioni come Grecia, Argentina e Venezuela ci insegnano cosa vuol dire “giocare” con il bilancio statale. Ma a quanto pare, anche la storia è un’inutile scienza da professoroni. Non ci resta che sperare fortemente che un governo guidato da curriculum discutibili, quando non completamente bianchi, si renda conto al più presto della differenza tra propaganda e realtà. Per noi, ma soprattutto per i nostri figli che in questo paese dovranno viverci ancora a lungo.

Noi saremo comunque qui con gli occhi sempre aperti, a fare una sana e forte opposizione, per difendere i valori di scienza, uguaglianza e progresso in cui crediamo. Auguro buon lavoro a Sergio Mattarella, in pochi vorrebbero essere al suo posto in questo momento. Come lui stesso ha detto: “Nemmeno Mr Wolf riuscirebbe a risolvere questi problemi”.

Il governo che ci aspetta

Bella serata ieri nella sede del PD promossa dal nuovo segretario Francesco Di Chio. Col neo senatore Eugenio Comincini che è stato per un decennio sindaco di Cernusco abbiamo parlato della complicata situazione politica di questi giorni.

Io ne ho parlato dal mio punto di vista di amministratore locale che si trova comunque a confrontarsi con aspettative della cittadinanza che non sono molto diverse da quelle con qui si confronta il senatore Comincini a Roma.

Ho espresso la mia preoccupazione che il nuovo governo Lega M5S, se si farà, non mantenga i difficili impegni di bilancio statale, rendendo così inutile la fatica immane che il PD ha fatto per portare l’Italia fuori dalla crisi.

Fatica che come abbiamo visto non solo non è stata premiata ma che ha segnato un pesantissimo calo di consensi. Questa non è una novità. In Italia, ma anche quasi dappertutto, la memoria degli elettori è molto corta.

La crisi del 2008 è sui libri di storia e vi resterà. Sono andato a rileggere i numeri di questa crisi. Tra il 2008 e il 2010 il commercio mondiale diminuì del 30%. La disoccupazione in Italia in quegli anni è raddoppiata, nel momento peggiore sono stati persi un milione di posti di lavoro. Il numero dei poveri è aumentato del 140%. In Italia tra il 2008 e il 2015 sono fallite 82.000 imprese e il picco dei fallimenti, 15.000 in un anno, non è stato all’inizio della crisi, è stato nel 2014, praticamente l’altro ieri.

In questa crisi il PD si è trovato a sostenere la gran parte del “lavoro sporco“: rimettere in ordine i conti, fare riforme di risanamento e quindi impopolari. Molto impopolari ma indispensabili per portare questo paese con i suoi enormi squilibri fuori dalla peggiore crisi economica degli ultimi decenni.

Dico questo con una preoccupazione che sento anche sulla mia pelle, sulla pelle di noi che stiamo amministrando Segrate.

Anche noi stiamo risanando i conti e non è per niente detto che questo venga percepito elettoralmente come un merito, anche se nelle elezioni comunali c’è una diversa attenzione ai risultati e alle persone.

E’ però evidente che con il bilancio tenuto “sotto tutela” dal piano decennale di risanamento dai debiti accumulati dalla precedente amministrazione, non è facile assicurare il benessere di tutta la comunità tutelando innanzitutto chi sta alla base della piramide sociale e ancor più chi è ai margini, a tutti i margini che la nostra società crea e mantiene.

Non è facile, e la cosa è resa più complicata dalle sfide che proprio in questo terreno vengono alla sinistra da parte delle nuove forze politiche oggi vincitrici.

Un esempio: il reddito di cittadinanza.

Il M5S proponendo il reddito di cittadinanza ha saputo far intravedere un sogno che è piaciuto e che ha fatto impallidire le proposte concrete, mirate e finanziabili come il reddito di inclusione messo in campo dal governo Gentiloni.

Da amministratore locale, di fronte alla sfida del “reddito di cittadinanza” la mia idea è questa: usare proprio questo termine in modo da annacquare il collegamento tra reddito di cittadinanza e M5S. Ne ho parlato il 14 aprile negli “stati generali della maggioranza” a Cascina Ovi, proponendo il reddito comunale di cittadinanza, che anticiperà, integrerà, affiancherà il reddito di inclusione oggi esistente o quello statale di cittadinanza che apparirà se e nella misura in cui l’eventuale nuovo governo troverà i finanziamenti per farlo. Il reddito comunale di cittadinanza lo sta già facendo il sindaco di Parma, Pizzarotti ed è un obiettivo verso il quale con l’assessore Barbara Bianco stiamo riflettendo e non da soli, ma in riflessione comune con la sindaca e la giunta di Peschiera Borromeo.

Un secondo tema che mi coinvolge come sindaco sul quale la sinistra viene messa in difficoltà è la sicurezza.

La destra ha saputo rendere invisa l’idea di stare dalla parte degli ultimi soprattutto dipingendo gli immigrati come un insieme di persone in gran parte pericolose, delinquenti e convincendo tutti, anche noi, che siamo deboli, indifesi, in pericolo, come siamo in pericolo costante e crescente di fronte a furti, rapine, truffe.

Parliamo di Segrate; i numeri dicono che furti, rapine e aggressioni negli ultimi anni sono state in costante diminuzione; ma la percezione di sicurezza non è aumentata, e non c’è dubbio che sarà anche qui a Segrate tra due anni uno dei temi forti del centrodestra.

Aumentare la sicurezza percepita è quindi uno degli obiettivi anche di un’amministrazione di sinistra.

Noi lo stiamo facendo con il piano della telesorveglianza oltre che con intese non semplici con le polizie locali dei comuni vicini per assicurare interventi sul territorio a 24H. Con una città che si sente sicura è certamente più facile fare accoglienza, aiutare tutti come ci impone l’art 3 della Costituzione che dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Proprio questo articolo della Costituzione ci ricorda che c’è un terzo tema (e qui mi fermo) sul quale una amministrazione di centrosinistra viene sfidata, ed è la tutela delle minoranze socio-familiari sulle quali gli ultimi governi si sono spesi, con difficoltà.

Anche su questo aspetto le amministrazioni di centrosinistra si trovano in concorrenza, si trovano addirittura a essere superate: penso alla recente decisione, forse una forzatura, di cui si è assunta la responsabilità la sindaca M5S di Torino, Chiara Appendino, a fronte di una complessa registrazione in materia di stato civile (un bambino con due mamme).

Sento dire in continuazione che destra e sinistra sono due termini superati, che risalgono al secolo scorso. Non è vero.

Essere solidali con chi ci sta vicino e con chi è più lontano, salvaguardare l’ambiente e il territorio anche se rappresenta un costo e un limite allo sviluppo, preferire le frontiere aperte anziché i muri e le barriere, tutelare la base sociale chiedendo solidarietà a chi sta meglio, avere attenzione per gli emarginati, le minoranze, gli ultimi. Avere tutto questo come linea guida, sempre, vuol dire essere di sinistra, a Roma come a Segrate.

25 aprile 2018: coraggio, memoria, libertà

Alcuni giorni fa è stato riportato da giornali e programmi televisivi ciò che è successo due domeniche fa (il 15 aprile) in una chiesa di Castellaràno, provincia di Reggio nell’Emilia: un perdono richiesto per un antico fatto di sangue, un perdono richiesto ed accettato.

Meris Corghi, figlia del partigiano Giuseppe Corghi che il 13 aprile 1945 uccise Rolando Rivi, un giovanissimo seminarista, ha chiesto perdono per il gesto del padre ai parenti della vittima, nel corso di una cerimonia religiosa celebrata da Monsignor Camisasca, vescovo di Reggio Emilia. Strette di mano, abbracci e lacrime hanno sancito la richiesta e l’accettazione del perdono che Monsignor Camisasca ha definito “un miracolo”.
«Non sapevo nulla fino a poco tempo fa – ha raccontato Meris – Piano piano sono arrivata a ricostruire tutto. E dopo un profondo percorso personale che mi ha trasformata, ho sentito di fare questo gesto. La mia missione di oggi è quella di restituire le responsabilità e di rendere pace a mio padre”.

Questo episodio di perdono richiesto e accettato mi ha molto colpito. Se penso anche solo alla nostra storia più recente, mi vien da dire che sono molti, moltissimi quelli che dovrebbero chiedere, o farsi carico di chiedere perdono. Sono pochissimi quelli che lo fanno ed è molto difficile anche accettare la richiesta di perdono.
Quella che è avvenuto a Castellaràno, secondo me, è stato un episodio bello, importante. Eppure c’è stato chi su questa storia ci ha ricamato male. C’è stato chi ha colto al volo l’occasione per reiterare il cosiddetto revisionismo della Resistenza non solo per raccontarne gli episodi meno nobili, gli episodi oscuri, ma perfino per arrivare a parlarne male, a denigrare tutto e infine in un coro crescente a tirare fuori le note più nostalgiche del tipo “Si stava meglio quando…”
No! Quando si arriva a questo io dico “NON CI STO! Non ci sto, non ci possiamo stare!”

In Italia l’ultima guerra, con il suo carico di distruzioni, lutti, eccidi, violenze e rancori, non c’è arrivata per caso. C’è arrivata dopo un ventennio di negazione della democrazia e dei diritti più elementari, della irreggimentazione di ogni aspetto della vita nazionale, della manipolazione del consenso con la censura e l’eliminazione di ogni dissenso. Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicista, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, l’intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.

Sono in molti, di gran lunga più autorevoli di me, a dire che siamo un paese che tende a non avere memoria del proprio passato. Eppure tutte le famiglie dovrebbero avere i ricordi tramandati di quel che è avvenuto 70 anni fa. Un piccolo esempio nella mia famiglia: mi è stato raccontato che il fratello maggiore di mia nonna era un artigiano, faceva il vetrinista, disegnava le insegne delle vetrine dei negozi e aveva un incarico nell’associazione di categoria professionale. Questo mio prozio rifiutò di prendere la tessera del PNF (partito nazionale fascista) e fu esautorato, fu messo in disparte, perché durante il periodo fascista chi osava dissentire, chi osava resistere, che veniva indicato come nemico interno, veniva emarginato e perseguitato con la perdita del lavoro se non della vita.

Eppure c’è chi ha resistito, come Giacomo Matteotti, come i fratelli Rosselli, come Sandro Pertini, come i fratelli Cervi, come Eugenio Curiel, come il nostro Arcide Cristei che fu ammazzato a diciannove anni, disarmato e forse senza aver mai preso in mano un fucile.

E per la morte di Arcide Cristei nessuno ha mai chiesto perdono.

Viva il 25 Aprile, viva la Resistenza, viva l’Italia!

Carlo Conti

E’ come quando al posteggio trovi l’auto nuova rigata e di bigliettini neanche l’ombra. A me ha fatto lo stesso effetto. Mi sono incazzato e mi sono sentito amareggiato e frustrato.

Sento già il battere delle dita sulle tastiere: “Sindaco, metti le telecamere e prendiamo questi inutili idioti“. Vero, e grazie ai lavori di posa della fibra ottica ne installeremo di nuove il prima possibile ai varchi e nei punti sensibili della città, proprio per prevenire anche questi fastidiosi vandalismi. Ma le telecamere da sole non bastano.

Questi perfetti inutili idioti che imbrattano, spaccano, incendiano e sporcano sono i nostri figli. Allora ripartiamo da loro. Spieghiamo ai più giovani che la pensilina di via Cellini è di tutti: mia, tua, nostra. Che come capitato a me se la vedi sporca e rotta ti arrabbi, perché è come se qualcuno venisse a scrivere sui mobili di camera mia o se buttasse a terra cartacce nel mio salotto. Educhiamoli a vivere in modo corretto la città. Diamo loro l’esempio e gli spazi giusti dove possano esprimersi. Che se sono annoiati e ciondolano in giro alla ricerca del prossimo danno da combinare un poco è anche colpa nostra.

“Troppi migranti, la razza bianca va difesa”

Troppi migranti, la razza bianca va difesa“. Il prontipartenzavia del candidato alla Regione Lombardia della Lega (ex Nord) Attilio Fontana è da brividi. Ho molti amici “di razza non bianca” e posso solo immaginare quello che hanno pensato sentendo queste parole.

Fontana si è poi scusato più volte perché “il termine era infelice“. Una pezza ancora peggiore del danno, perché cerca di spostare la discussione sul lessico quando l’uso colloquiale del termine rivela una visione politica dell’umanità che è inaccettabile perché ci riporta direttamente a quegli anni orribili che non dimentichiamo e che ci apprestiamo a ricordare il 27 gennaio nel Giorno della Memoria (a volte mi sembra incredibile pensare che solo 70 anni fa anche a Segrate era arrivato il divieto di proiettare pellicole interpretate da attori di “razza ebraica come Charlie Chaplin” o la radiazione dagli elenchi telefonici degli ebrei discriminati e non).

Questa non è una discussione lessicale, ma fondamentale. Viviamo in un’epoca in cui inviamo razzi su Marte e segnali in cerca di vita aliena nell’Universo, e stiamo ancora a parlare del colore della pelle del nostro vicino di casa. L’astronauta Luca Parmitano dalla Stazione Orbitante ci ha ricordato, osservando dall’alto dei suoi problemi la nostra Terra, che “dallo spazio non esistono stati e confini“. Le linee divisorie e i paesi colorati tipo Risiko li abbiamo inventati noi. La politica di Attilio Fontana e della Lega (ex Nord) fatta di numeri gonfiati e di puntuali sottolineature di ogni episodio negativo che riguardi i migranti, cavalca e fomenta la paura invece di rispettare il normale desiderio di sicurezza della gente perseguendo politiche legate al miglioramento della qualità della vita nei territori e con serie e ragionate politiche immigratorie e d’accoglienza.

Tutti i paesi occidentali più avanzati sono fortemente multietnici, con un numero decisamente maggiore di immigrati rispetto al nostro. Gli stessi Stati Uniti sono nati dall’immigrazione, in primis dei “bianchi” che abbandonarono l’Europa secoli fa per occupare un continente che non era loro.

Tutti noi usiamo ogni giorno prodotti creati da “stranieri”. Dai mezzi con cui si recano al lavoro ai vestiti, dal cibo che mangiano ai prodotti per la casa, ai medicinali. Come se la migrazione di prodotti sia accettabile, mentre quella di esseri umani no.

Tutta la storia dell’umanità è storia di piccole o grandi migrazioni. Gli esseri umani si spostano, ovunque, da sempre. Nessuno ha meriti se è nato in un posto piuttosto che in un altro, magari in qualche paese in guerra o economicamente più in difficoltà. Anche in Italia solo qualche decennio fa abbiamo provato la guerra e la fame e sono stati milioni gli italiani di passate generazioni che emigrarono.

Penso che non bisogna aver paura di affrontare il diverso, il nuovo, guardando alla sostanza del comportamento delle persone, non al colore della loro pelle.

Penso che la Lombardia non meriti di essere governata da Fontana e dalla Lega Nord. Anche per questi invito ancora una volta a sostenere Giorgio Gori, perché la Lombardia si merita molto di più. Merita una politica che non si guardi nei piedi, ma guardi alle stelle.

Sportello lavoro a Segrate: ho incontrato il ministro Poletti

Oggi a Segrate non vogliamo parlare di lavoro, ma portare lavoro.

Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia, invece per molti è ancora un tormento, il tormento di non averlo, come diceva Adriano Olivetti.

L’Italia è stata colpita del 2008 dalla più grande crisi economica mondiale dai tempi della Grande Depressione, una crisi che ha messo in ginocchio milioni di cittadini e di imprese.

La palude drammatica in cui siamo stati bloccati per anni, ci ha impedito di onorare l’articolo 1 della nostra Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro.

Ma se siamo qui oggi, è perché qualcosa sta cambiando. I dati ISTAT parlano chiaro: da mesi il segno dell’occupazione è positivo, è tornato a crescere.

Questo non significa che vada tutto bene, ma è un segnale finalmente positivo, che ci permette di guardare con una nuova speranza il 2018.

Qualcosa sta cambiando, perché dopo i danni dell’esplosione della bolla finanziaria, provocata da chi doveva tutelare i nostri risparmi e invece se li è giocati d’azzardo, ora si torna a parlare di investimenti, di lavoro vero, di numeri reali.

Oggi Segrate è orgogliosa di essere capofila di un progetto ambizioso e importante non solo per il territorio milanese, ma per tutta la Lombardia e l’Italia. Un grande alleanza di comuni dell’hinterland che permetterà ai nostri cittadini di accedere a migliaia di posti di lavoro, grazie alle realtà produttive e commerciali che si stanno insediando sul nostro territorio: cito ad esempio il grande mall che arriverà nel 2020 nella nostra città nell’area dell’ex dogana, ma anche le aziende che hanno deciso di investire nella nostra zona come è accaduto di recente nella vicina Pioltello.

I nostri comuni, tramite lo Sportello Lavoro che apriremo qui a Segrate, aiuteranno i cittadini a intercettare la grande offerta di lavoro, incrociandola con la domanda, fornendo indicazioni e supporto sui corsi e sulla formazione, grazie alla grande professionalità e competenza nel settore di Afol Metropolitana.

C’è ancora molta strada da fare, l’orizzonte non è mai fermo. Ma una cosa è certa: ci siamo rialzati e abbiamo ricominciato a camminare.

Ringrazio ancora tutti i sindaci che hanno deciso di aderire o aderiranno per aiutare le loro comunità, e tutti gli enti che sostengono questo progetto: Governo, Valentina Aprea con Regione Lombardia e Corri Milano Corri – Elena Buscemi con Città Metropolitana di Milano.

Amministratori sotto tiro

Secondo l’ultimo rapporto di Avviso Pubblico, nel 2016, ogni 19 ore un amministratore locale, cioè un sindaco o un assessore o un consigliere, ha ricevuto minacce, violenza, atti intimidatori in genere.
Un fenomeno che dilaga in tutto il territorio nazionale: lo scorso anno ha coinvolto 18 Regioni, 77 Province e 295 Comuni.
Dietro ai numeri ci sono le persone, con le loro storie.
Preoccupa non solo il dato quantitativo, ma anche quello qualitativo: in Italia la violenza si sta diffondendo come modalità comune di gestione dei conflitti. E poi arriva anche la tecnologia a dare un “volto moderno” alle minacce: i social network rappresentano un mezzo sempre più utilizzato da chi punta a intimidire.

La rabbia e la paura derivanti dalla crisi economica, dalla perdita di occupazione, dalla mancanza di un reddito, dall’arrivo sui territori di migranti, sono tutti elementi che mettono in subbuglio le comunità e che vedono negli amministratori locali i primi soggetti chiamati a confrontarsi con questo scenario. Sovente mancano i mezzi e le risorse, così l’emergenza prende il posto della programmazione e del controllo, perché molti vogliono ottenere subito quanto richiedono. Cosa spesso impossibile da realizzare: i tagli ai trasferimenti verso i Comuni e un’eredità pesante dal passato impongono a molte amministrazioni la necessità di ridimensionare i servizi alla cittadinanza.

Nei Paesi anglosassoni gli amministratori vengono definiti “Civil Servant“, servitori dello Stato: una formula che attribuisce un significato e un valore più ampio di un semplice esercizio amministrativo locale. E’ un modo bello per raccontare tutti gli uomini dello Stato che con coraggio e passione civile animano con il loro lavoro e la loro presenza responsabile i territori. Senza questo piccolo esercito di eroi quotidiani il nostro Paese sarebbe più debole e ostaggio della paura.

E allora, noi cosa possiamo fare?
Allora “bisogna aiutare a far ritrovare la fiducia nelle istituzioni. Questo richiede buona volontà da entrambe le parti: da parte delle istituzioni e da parte dei nostri concittadini, rendendosi conto che, nelle istituzioni, c’è quello che la società esprime. Quindi occorre avere una consapevolezza maggiore, contribuire e collaborare anche alla vita istituzionale” (Sergio Mattarella, intervista a La Civiltà Cattolica, 16 febbraio 2017).

Anche l’Idroscalo deve essere trasparente

Una gelateria e un carrettino ambulante da gelataio. Di questo si è interessato, stando alle notizie di stampa, l’assessore alla Città Metropolitana con delega al Bilancio Franco D’Alfonso.

Roba da poco in apparenza e niente di concreto, solo conversazioni tra l’assessore e due personaggi risultati in seguito poco raccomandabili.

Vi sono però alcuni dettagli della conversazione riportata dalla stampa che sembrano sgradevolmente opachi.

L’assessore dapprima indica agli interlocutori la strada migliore per ottenere l’aggiudicazione di un bando pubblico e poi fa loro sapere di essere in cerca di voti di preferenza alle prossime elezioni regionali.

Può darsi sia solo una caduta di stile. Quello che mi infastidisce è che la vicenda riguarda l’Idroscalo il mare (segratese) dei milanesi, una struttura che soffre particolarmente per la insufficienza di risorse anche solo per l’ordinaria gestione e che proprio per questa andrebbe valorizzata in modo trasparente nelle sue potenzialità economiche. Gelaterie comprese.

Il fresco profumo di libertà

…la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Cosa significa per me fare politica? Significa guardare la mattina le mie figlie prima di uscire di casa e pensare che quello che deciderò sul lavoro, giorno per giorno, contribuirà al loro futuro. Bisogna quindi scegliere attentamente le proprie battaglie e da che parte stare.

Io nella battaglia della politica ho deciso di stare dalla parte di Paolo Borsellino.

25 aprile 2017

Torniamo qui oggi, a oltre settant’anni di distanza dal giorno della Liberazione, al giorno in cui finì l’ultima guerra combattuta in Italia a commemorare quei giorni e a ricercarne i valori.

L’anno scorso ho parlato dei valori di questa giornata parlando della vicende della mia famiglia, dei miei nonni e bisnonni; erano gente normale non impegnata politicamente, che subì l’avvento della dittatura fascista e la crescente invadenza in ogni aspetto della vita quotidiana. I racconti di famiglia hanno tramandato lo sconcerto e la disillusione di fronte alle leggi razziali che colpivano il conoscente, il vicino di casa, privandolo del lavoro, della dignità e infine addirittura della vita. E poi il racconto ricorda come la disillusione dei giovani di quegli anni lontani si incrinò sempre più diventando distacco e infine ostilità di fronte agli insuccessi militari, al contrasto tra la tracotanza della propaganda di regime e la realtà della disorganizzazione e delle disfatte. E poi la resa, l’occupazione tedesca con le crescenti violenze dell’esercito nazista e delle squadracce repubblichine. E i bombardamenti aerei, la fuga dalle città, il cibo razionato, altre violenze e soprusi.

In quel quadro nacque l’ammirazione per i nuovi eroi, per quelli che resistettero all’occupazione nazifascista e che poi traghettarono l’Italia provata dal ventennio e dalla guerra verso l’Italia dei nostri giorni, verso i suoi valori che oggi ci sembrano così ovvi, così scontati.

Ma dobbiamo ricordare che questi valori non sono poi così ovvi e scontati e qui vorrei portarmi all’attualità, ai nostri giorni.

Vorrei parlare della Turchia una nazione che è confinante alla nostra Europa delle democrazia e delle libertà. Ma è un confine che si sta alzando, che propone sempre più una lontananza che una contiguità.

Vi sono due strette attualità in questi giorni. Parlo per prima della vicenda di Gabriele Del Grande, il giornalista e blogger, detenuto per due settimane dopo essere stato arrestato mentre raccoglieva le testimonianze dei profughi al confine con la Siria. La vicenda di Del Grande ha un particolare rilievo anche perché si tratta di un giornalista che cercava, in un’area tra le più pericolose del mondo di cercare notizie, informazioni, verità. Quello che è avvenuto a Del Grande ci coinvolge, ci ha preoccupato perché è italiano; ma ben di peggio, come sappiamo, è già avvenuto a tanti altri giornalisti in Turchia, privati del lavoro, arrestati, incarcerati, condannati da quel che si capisce, genericamente per la loro lontananza politica dal presidente Recep Erdogan. Nei commenti che si sono sentiti in occasione della sua liberazione ho sentito i numeri degli arresti avvenuti in Turchia solo nell’ultima settimana: oltre un migliaio che si sono aggiunti ai tantissimi cittadini turchi già detenuti accusati di essere golpisti, o terroristi curdi o altro.

L’altra stretta attualità è il referendum che, sia pure di stretta misura e con il sospetto d’irregolarità, ha cambiato l’assetto istituzionale della Turchia, trasformandola in una repubblica ultra-presidenziale, nella quale cioè il presidente Erdogan ha poteri che secondo i parametri della nostra vita democratica si possono definire straordinari, eccezionali che vuol dire quasi dittatoriali. Va ricordato che la Turchia ha ai confini la guerra di Siria, la guerra contro il califfato, la guerra irakena, ospita milioni di profughi, ha all’interno la minoranza curda e suoi gruppi indipendentisti armati. C’è quindi una situazione che favorisce l’idea della necessità di un uomo forte al governo. All’incirca metà dei turchi l’ha approvata, l’altra metà invece voleva respingerla.

L’idea di uomo forte, la riduzione degli spazi di libertà, la rinuncia alle conquiste della democrazia: questi sono gli spunti che vedo nella situazione della Turchia, una nazione che fa parte come l’Italia della Nato e che fino ad alcuni anni fa sembrava incamminato verso un cammino democratico e di integrazione con l’Unione Europea.

La Turchia è una nazione che negli anni è sembrata a volte a noi vicina (una faccia una razza è un detto che accomunava noi italiani soprattutto ai greci ma anche ai turchi) e a volte, come in questi giorni, assai lontana. Ma da lì ci arriva un insegnamento. Anche qui in Italia di fronte alle emergenze, il pericolo del terrorismo islamico, all’emergenza dell’immigrazione, all’emergenza economica c’è sempre chi invoca il governo forte, la riduzione degli spazi della democrazia e c’è chi lo fa denigrando la Resistenza, criticandone il significato ed i valori.

Io penso che di quei valori dobbiamo continuare a parlare; soprattutto dobbiamo ricordare alle più giovani generazioni quanto è costato alla generazione dei miei nonni e bisnonni comprendere quanto fossero importanti, quanto difficile fosse conquistarli, viverli, difenderli.

Viva la Resistenza, viva la libertà!

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