Cambiamento

Priorità per l’Unione Europea che verrà: i working poor

Fare il sindaco in Italia oggi è un po’ vivere sulla propria pelle la serie di telefilm “Il trono di spade“. Per chi non la conoscesse riassumo in breve la sceneggiatura: da una parte ci sono le pianure con i palazzi, gli scontri per il potere, le regine, i re, i nani, i sacerdoti, i soldati, gli omicidi, gli amori, gli eserciti che si affrontano, mentre a nord c’è la barriera: un enorme muro che divide il mondo della pianura da un territorio sconosciuto che fa paura.
Essere sindaco oggi di una città medio-piccola come la mia è un po’ come fare il guardiano di questa barriera, in quanto si ha a che fare più da vicino con le forze che minacciano di invadere la pianura. Il nostro ruolo è di mettere in guardia i signori che vivono nei palazzi. Ed è quello che stiamo facendo. Da tempo noi sindaci d’Italia stiamo dicendo a gran voce a chi sta al governo centrale o regionale che questa rabbia è arrivata e batte forte i pugni contro la barriera che non sappiamo fino a che punto reggerà.

Ma cosa sta succedendo? Succede che negli ultimi anni è cresciuta prepotentemente in Italia e in Europa, la categoria dei lavoratori poveri (i cosiddetti working poor). Sono soprattutto loro a picchiare sulla barriera. Secondo Eurostat (marzo 2018) in Italia sono 12 su 100, contro la media europea del 9,6%. Persone che lavorano, ma dalla loro occupazione non traggono sufficiente reddito per il loro benessere e quello delle loro famiglie.
Le azioni di sostegno attivo e strutturale verso questi lavoratori sono mancanti o insufficienti perché, sebbene poveri, non sono disoccupati o in cerca di occupazione. I servizi sociali comunali hanno risorse limitate e quasi sempre altre priorità. I “Working poor” devono perciò rivolgere a istituzioni caritatevoli dove trovano assistenza, cibo e vestiario, al pari delle persone senza casa costrette a vivere per strada, mentre sono lavoratori da sostenere con politiche attive: formazione e miglioramento delle competenze, sostegno e aiuto nella ricerca di un impiego migliore.
Affrontare i problemi dei lavoratori poveri significa produrre investimenti, innovazione e sviluppo. I problemi dell’occupazione oggi sono trattati con modelli obsoleti, mentre il lavoro cambia nei modi, ad esempio con sviluppo del digitale e della manifattura 4.0; nei tempi con la liberalizzazione degli orari e la perdita di differenziazione tra tempi di vita e di lavoro; e nei luoghi, non più fabbriche e uffici ma attività agile a casa, in treno, nei bar, grazie alla diffusione delle reti.
Non stupisce quindi che gli elettori abbiano preferito votare coloro che promettevano migliori garanzie di vita attraverso la riduzione delle tasse o la promessa di aumento del reddito magari con azioni integrative tutte da dimostrare tipo il reddito di cittadinanza.
Se non si rilegge la società, non si elaborano strumenti nuovi e non si comprende che il reddito da lavoro non è più condizione necessaria e sufficiente di benessere personale e sociale per tutti, le forze tradizionali riformiste non potranno che essere sconfitte. Torno all’immagine televisiva iniziale: se si vuole evitare che forze incontrollabili arrivino a invadere le pianure, il cambiamento deve arrivare dal tema del lavoro, mettendo risorse, impegno, idee e progettualità non solo nella creazione di nuovi posti, ma anche in un moderno sistema di redistribuzione dei patrimoni e nel miglioramento delle condizioni di chi lavora in condizioni precarie.

In questo l’Unione Europea, questa grande area di pace e solidità che i nostri padri hanno costruito, ha un compito essenziale perché questo cambiamento in altre parti è già in corso e linee di buone pratiche sono già disponibili. Occorre che sia l’Unione Europea a regolare questo campo, in modo da non essere più solo l’Europa delle regole economiche, dell’Euro, delle regole ambientali e della BCE, dell’agricoltura e del passaporto unico, ma si ponga anche come l’area di un welfare condiviso. E’ tempo di un welfare europeo.

La strada giusta verso l’Europa Unita è quella di Volt

La globalizzazione e le tecnologie hanno creato un mondo molto diverso da quello che conoscevamo qualche anno fa. Fino a ieri scendevamo dal fruttivendolo sotto casa, oggi andiamo ai banchi delle grandi catene multinazionali, domani non dovremo neanche uscire di casa, frutta e verdura fresca ci suoneranno direttamente al citofono.

Il lavoro sta cambiando, i punti di riferimento stanno cambiando.
Tutto sta cambiando molto velocemente: solo la politica è rimasta indietro.
L’Europa unita ci ha regalato 70 anni di pace e sviluppo senza precedenti storici. 70 anni fa i padri fondatori avevano una visione: basta sprecare energie a farsi la guerra, ma unire invece le risorse e le forze. Una visione di lungo periodo, un programma.
Oggi non vedo più un programma, una visione, un futuro. Si vive alla giornata. La moneta unica dei tecnici non è bastata a creare un continente unito. Molti sono rimasti indietro. L’Europa è grande e ricca di diversità, non possiamo pretendere che tutti capiscano un solo linguaggio.

E’ il momento di ripensare ad una vera Europa Unita, che tenga conto della realtà e delle differenze. Non si può garantire uno standard di vita elevato solo a chi ha 2 lauree, un master e un erasmus alle spalle e vive in centro a Parigi, Milano o Vienna. Le condizioni di partenza sono ancora troppo differenti da una regione all’altra, non tutti hanno le stesse possibilità e questo non è giusto. C’è molto in gioco nelle prossime elezioni europee, alle quali tanti cittadini si avvicinano con un senso di smarrimento e frustrazione, dimenticando la nostra storia e i contributi che insieme possiamo dare per affrontare i problemi di oggi e per riaccendere le speranze del domani.

È tempo di costruire un’Europa diversa, un’Europa libera e forte che non lasci indietro nessuno. Se crediamo nella pace, dobbiamo lavorare sodo per questo. Tutti devono avere le stesse possibilità di costruire la propria vita. Non importa se sei nato in Grecia, in Portogallo, in Ungheria o in Italia. Tutti meritano le stesse opportunità in materia di istruzione, assistenza sanitaria, posti di lavoro. Se non ci prendiamo cura delle persone lasciate indietro, altre si prenderanno cura di loro. Altre persone come i nazionalisti, che ci riporteranno dritti verso un passato che ritenevamo aver lasciato alle spalle. Abbiamo già visto questa storia, abbiamo già visto cosa è successo in un’Europa divisa. Il nazionalismo è ignoranza: noi europei siamo tutti fratelli e sorelle, e inevitabilmente condivideremo tutti il medesimo destino.

Per questo ho deciso di sostenere la campagna di Volt, partendo dall’esperienza maturata nel Consiglio Regionale della Lombardia e da Sindaco, patriotticamente e simpaticamente perché Volt nasce in parte anche da Segrate, la mia città, e sostanzialmente perché i temi e gli obiettivi del movimento sono indispensabili all’Italia e all’Europa per affermare la nascita degli Stati Uniti d’Europa. L’UE diventi EU, l’Unione Europea diventi Europa Unita. Unita nel dialogo con le grandi potenze economiche mondiali, unita nell’aiutare i più deboli, unita nell’affrontare le sfide del futuro.

E’ tempo di cambiare il ritornello stanco che ci sentiamo ripetere da anni: “Ce lo chiede l’Europa”. Ma noi cosa chiediamo all’Europa? E soprattutto: che cosa possiamo dare all’Europa perché l’Europa trovi se stessa? La missione del prossimo Parlamento Europeo sarà di rinsaldare i legami tra l’Europa e i suoi cittadini e di eliminare l’immagine di una goffa tecnocrazia. Se vogliamo combattere il nazionalismo, il Parlamento Europeo deve essere un’assemblea transnazionale capace di emozionare. Torniamo ad amare l’Europa. Non è il momento per grandi piani istituzionali, è il momento di un lavoro paziente vicino alla gente.

La politica è l’unico mezzo per provare a cambiare quello che non va, continuare a lamentarsi dicendo che le cose non funzionano, pensare che niente possa cambiare e che i politici sono tutti uguali sono ragionamenti che non mi appartengono. Con l’impegno, la responsabilità e la speranza possiamo cambiare il nostro domani. Insieme.

Un uomo che ci salverà.

Lo sapete che per andare in molte parti del Brasile oppure per visitare altri paesi del Sudamerica oppure africani o asiatici può essere necessario presentare un certificato di vaccinazione contro la febbre gialla, una malattia virale trasmessa da zanzare?

Sul sito governativo salute.gov.it/portale/temi/vaccinaz_profil_mondoMalattie.jsp c’è l’elenco delle vaccinazioni richieste e consigliate, paese per paese. Tutto il mondo si vaccina.

Il dibattito sulle vaccinazioni e sulla loro obbligatorietà è oggi più acceso più che mai. Lo seguo con attenzione ma non entro più che tanto nel merito scientifico. Non penso di avere sufficiente competenza e conoscenze, non è il mio ramo.

Mi fido dei progressi della scienza e della tecnica che ci stanno dando un benessere senza paragoni. Mi fido della medicina italiana che nonostante i tagli e le difficoltà è, statisticamente, una delle migliori al mondo.

L’Italia è patria di premi Nobel per le scienze e la medicina, di scienziati e luminari, di Istituti di ricerca all’avanguardia come il nostro San Raffaele dove insegna e fa ricerca il virologo di fama internazionale Roberto Burioni, segratese, uno “che non vale uno“, ma due, tre, quattro, dieci, cento, mille. Uno che dovremmo ringraziare perché ci salva la vita sconfiggendo pericolosi virus e soprattutto perché combatte il virus killer dell’ignoranza in particolare laddove dilaga: sui social network. Gente che “la matematica è un’opinione“, “da piccola mi immunizzavo visitando mio cugino malato“, “la politica viene prima della scienza”, “mettiamo in quarantena i bambini vaccinati“, “dieci vaccini sono inutili e talvolta dannosi” e altre fregnacce simili.

In questi giorni a Roberto Burioni è stata augurata la morte, sono arrivate violente minacce, insulti irripetibili ed è stato oggetto di un fotomontaggio che lo rappresenta imbavagliato nella celebre situazione di Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse (e poi assassinato brutalmente).

Ho visto gran parte del parlamento italiano votare a favore del “Metodo Di Bella” e consiglio regionale lombardo affrontare con una inchiesta il “Metodo Stamina”. Non mi sorprende quindi che vi siano i no vax. Prendo atto che esistono queste convinzioni, non le condivido e le giudico pericolose per la salute pubblica.

Soprattutto non accetto che si arrivi ad aggressioni così forti come quelle che vengono continuamente indirizzate al professor Burioni. Sono indignato perché colpiscono un’eccellenza italiana che ci dà lustro nel mondo, un uomo competente e appassionato del suo lavoro. Un uomo che ci salverà. Un uomo al quale la nostra città deve dare sostegno e pubblico riconoscimento.

Chiedo quindi a chi crede nella scienza di supportare questo riconoscimento, anche semplicemente condividendo questo post, perché sovrasti il frastuono della non scienza che ha avuto fin troppo spazio nel nostro civile e civilizzato paese.

E’ notizia di stamattina che il professor Burioni ha deciso o sta valutando di interrompere le sue vacanze al mare a causa delle circostanziate minacce che continua a subire e trovo incredibile che le istituzioni, e mi riferisco al governo e alle forze politiche che lo sostengano, stiano ipocritamente e comodamente in silenzio lasciando solo il professor Burioni nella difesa della verità scientifica.

Il governo che ci aspetta

Bella serata ieri nella sede del PD promossa dal nuovo segretario Francesco Di Chio. Col neo senatore Eugenio Comincini che è stato per un decennio sindaco di Cernusco abbiamo parlato della complicata situazione politica di questi giorni.

Io ne ho parlato dal mio punto di vista di amministratore locale che si trova comunque a confrontarsi con aspettative della cittadinanza che non sono molto diverse da quelle con qui si confronta il senatore Comincini a Roma.

Ho espresso la mia preoccupazione che il nuovo governo Lega M5S, se si farà, non mantenga i difficili impegni di bilancio statale, rendendo così inutile la fatica immane che il PD ha fatto per portare l’Italia fuori dalla crisi.

Fatica che come abbiamo visto non solo non è stata premiata ma che ha segnato un pesantissimo calo di consensi. Questa non è una novità. In Italia, ma anche quasi dappertutto, la memoria degli elettori è molto corta.

La crisi del 2008 è sui libri di storia e vi resterà. Sono andato a rileggere i numeri di questa crisi. Tra il 2008 e il 2010 il commercio mondiale diminuì del 30%. La disoccupazione in Italia in quegli anni è raddoppiata, nel momento peggiore sono stati persi un milione di posti di lavoro. Il numero dei poveri è aumentato del 140%. In Italia tra il 2008 e il 2015 sono fallite 82.000 imprese e il picco dei fallimenti, 15.000 in un anno, non è stato all’inizio della crisi, è stato nel 2014, praticamente l’altro ieri.

In questa crisi il PD si è trovato a sostenere la gran parte del “lavoro sporco“: rimettere in ordine i conti, fare riforme di risanamento e quindi impopolari. Molto impopolari ma indispensabili per portare questo paese con i suoi enormi squilibri fuori dalla peggiore crisi economica degli ultimi decenni.

Dico questo con una preoccupazione che sento anche sulla mia pelle, sulla pelle di noi che stiamo amministrando Segrate.

Anche noi stiamo risanando i conti e non è per niente detto che questo venga percepito elettoralmente come un merito, anche se nelle elezioni comunali c’è una diversa attenzione ai risultati e alle persone.

E’ però evidente che con il bilancio tenuto “sotto tutela” dal piano decennale di risanamento dai debiti accumulati dalla precedente amministrazione, non è facile assicurare il benessere di tutta la comunità tutelando innanzitutto chi sta alla base della piramide sociale e ancor più chi è ai margini, a tutti i margini che la nostra società crea e mantiene.

Non è facile, e la cosa è resa più complicata dalle sfide che proprio in questo terreno vengono alla sinistra da parte delle nuove forze politiche oggi vincitrici.

Un esempio: il reddito di cittadinanza.

Il M5S proponendo il reddito di cittadinanza ha saputo far intravedere un sogno che è piaciuto e che ha fatto impallidire le proposte concrete, mirate e finanziabili come il reddito di inclusione messo in campo dal governo Gentiloni.

Da amministratore locale, di fronte alla sfida del “reddito di cittadinanza” la mia idea è questa: usare proprio questo termine in modo da annacquare il collegamento tra reddito di cittadinanza e M5S. Ne ho parlato il 14 aprile negli “stati generali della maggioranza” a Cascina Ovi, proponendo il reddito comunale di cittadinanza, che anticiperà, integrerà, affiancherà il reddito di inclusione oggi esistente o quello statale di cittadinanza che apparirà se e nella misura in cui l’eventuale nuovo governo troverà i finanziamenti per farlo. Il reddito comunale di cittadinanza lo sta già facendo il sindaco di Parma, Pizzarotti ed è un obiettivo verso il quale con l’assessore Barbara Bianco stiamo riflettendo e non da soli, ma in riflessione comune con la sindaca e la giunta di Peschiera Borromeo.

Un secondo tema che mi coinvolge come sindaco sul quale la sinistra viene messa in difficoltà è la sicurezza.

La destra ha saputo rendere invisa l’idea di stare dalla parte degli ultimi soprattutto dipingendo gli immigrati come un insieme di persone in gran parte pericolose, delinquenti e convincendo tutti, anche noi, che siamo deboli, indifesi, in pericolo, come siamo in pericolo costante e crescente di fronte a furti, rapine, truffe.

Parliamo di Segrate; i numeri dicono che furti, rapine e aggressioni negli ultimi anni sono state in costante diminuzione; ma la percezione di sicurezza non è aumentata, e non c’è dubbio che sarà anche qui a Segrate tra due anni uno dei temi forti del centrodestra.

Aumentare la sicurezza percepita è quindi uno degli obiettivi anche di un’amministrazione di sinistra.

Noi lo stiamo facendo con il piano della telesorveglianza oltre che con intese non semplici con le polizie locali dei comuni vicini per assicurare interventi sul territorio a 24H. Con una città che si sente sicura è certamente più facile fare accoglienza, aiutare tutti come ci impone l’art 3 della Costituzione che dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Proprio questo articolo della Costituzione ci ricorda che c’è un terzo tema (e qui mi fermo) sul quale una amministrazione di centrosinistra viene sfidata, ed è la tutela delle minoranze socio-familiari sulle quali gli ultimi governi si sono spesi, con difficoltà.

Anche su questo aspetto le amministrazioni di centrosinistra si trovano in concorrenza, si trovano addirittura a essere superate: penso alla recente decisione, forse una forzatura, di cui si è assunta la responsabilità la sindaca M5S di Torino, Chiara Appendino, a fronte di una complessa registrazione in materia di stato civile (un bambino con due mamme).

Sento dire in continuazione che destra e sinistra sono due termini superati, che risalgono al secolo scorso. Non è vero.

Essere solidali con chi ci sta vicino e con chi è più lontano, salvaguardare l’ambiente e il territorio anche se rappresenta un costo e un limite allo sviluppo, preferire le frontiere aperte anziché i muri e le barriere, tutelare la base sociale chiedendo solidarietà a chi sta meglio, avere attenzione per gli emarginati, le minoranze, gli ultimi. Avere tutto questo come linea guida, sempre, vuol dire essere di sinistra, a Roma come a Segrate.

Carlo Conti

E’ come quando al posteggio trovi l’auto nuova rigata e di bigliettini neanche l’ombra. A me ha fatto lo stesso effetto. Mi sono incazzato e mi sono sentito amareggiato e frustrato.

Sento già il battere delle dita sulle tastiere: “Sindaco, metti le telecamere e prendiamo questi inutili idioti“. Vero, e grazie ai lavori di posa della fibra ottica ne installeremo di nuove il prima possibile ai varchi e nei punti sensibili della città, proprio per prevenire anche questi fastidiosi vandalismi. Ma le telecamere da sole non bastano.

Questi perfetti inutili idioti che imbrattano, spaccano, incendiano e sporcano sono i nostri figli. Allora ripartiamo da loro. Spieghiamo ai più giovani che la pensilina di via Cellini è di tutti: mia, tua, nostra. Che come capitato a me se la vedi sporca e rotta ti arrabbi, perché è come se qualcuno venisse a scrivere sui mobili di camera mia o se buttasse a terra cartacce nel mio salotto. Educhiamoli a vivere in modo corretto la città. Diamo loro l’esempio e gli spazi giusti dove possano esprimersi. Che se sono annoiati e ciondolano in giro alla ricerca del prossimo danno da combinare un poco è anche colpa nostra.

Amministratori sotto tiro

Secondo l’ultimo rapporto di Avviso Pubblico, nel 2016, ogni 19 ore un amministratore locale, cioè un sindaco o un assessore o un consigliere, ha ricevuto minacce, violenza, atti intimidatori in genere.
Un fenomeno che dilaga in tutto il territorio nazionale: lo scorso anno ha coinvolto 18 Regioni, 77 Province e 295 Comuni.
Dietro ai numeri ci sono le persone, con le loro storie.
Preoccupa non solo il dato quantitativo, ma anche quello qualitativo: in Italia la violenza si sta diffondendo come modalità comune di gestione dei conflitti. E poi arriva anche la tecnologia a dare un “volto moderno” alle minacce: i social network rappresentano un mezzo sempre più utilizzato da chi punta a intimidire.

La rabbia e la paura derivanti dalla crisi economica, dalla perdita di occupazione, dalla mancanza di un reddito, dall’arrivo sui territori di migranti, sono tutti elementi che mettono in subbuglio le comunità e che vedono negli amministratori locali i primi soggetti chiamati a confrontarsi con questo scenario. Sovente mancano i mezzi e le risorse, così l’emergenza prende il posto della programmazione e del controllo, perché molti vogliono ottenere subito quanto richiedono. Cosa spesso impossibile da realizzare: i tagli ai trasferimenti verso i Comuni e un’eredità pesante dal passato impongono a molte amministrazioni la necessità di ridimensionare i servizi alla cittadinanza.

Nei Paesi anglosassoni gli amministratori vengono definiti “Civil Servant“, servitori dello Stato: una formula che attribuisce un significato e un valore più ampio di un semplice esercizio amministrativo locale. E’ un modo bello per raccontare tutti gli uomini dello Stato che con coraggio e passione civile animano con il loro lavoro e la loro presenza responsabile i territori. Senza questo piccolo esercito di eroi quotidiani il nostro Paese sarebbe più debole e ostaggio della paura.

E allora, noi cosa possiamo fare?
Allora “bisogna aiutare a far ritrovare la fiducia nelle istituzioni. Questo richiede buona volontà da entrambe le parti: da parte delle istituzioni e da parte dei nostri concittadini, rendendosi conto che, nelle istituzioni, c’è quello che la società esprime. Quindi occorre avere una consapevolezza maggiore, contribuire e collaborare anche alla vita istituzionale” (Sergio Mattarella, intervista a La Civiltà Cattolica, 16 febbraio 2017).

Anche l’Idroscalo deve essere trasparente

Una gelateria e un carrettino ambulante da gelataio. Di questo si è interessato, stando alle notizie di stampa, l’assessore alla Città Metropolitana con delega al Bilancio Franco D’Alfonso.

Roba da poco in apparenza e niente di concreto, solo conversazioni tra l’assessore e due personaggi risultati in seguito poco raccomandabili.

Vi sono però alcuni dettagli della conversazione riportata dalla stampa che sembrano sgradevolmente opachi.

L’assessore dapprima indica agli interlocutori la strada migliore per ottenere l’aggiudicazione di un bando pubblico e poi fa loro sapere di essere in cerca di voti di preferenza alle prossime elezioni regionali.

Può darsi sia solo una caduta di stile. Quello che mi infastidisce è che la vicenda riguarda l’Idroscalo il mare (segratese) dei milanesi, una struttura che soffre particolarmente per la insufficienza di risorse anche solo per l’ordinaria gestione e che proprio per questa andrebbe valorizzata in modo trasparente nelle sue potenzialità economiche. Gelaterie comprese.

Lasciare la nostra città un po’ migliore di come l’abbiamo trovata

Un anno e mezzo fa, quando ho cominciato questa esperienza amministrativa, sapevo che non sarebbe stato facile per le precarie condizioni in cui versano gli enti locali. Le innumerevoli criticità del bilancio comunale che sono emerse nel tempo però hanno superato di gran lunga ogni pessimistica previsione. Per questo sono molto arrabbiato e amareggiato, perché non è certamente lasciando decine di milioni di debiti e i conti allo sbando che si governa il bene Comune. Ma non ci siamo dati per vinti. Anzi, siamo ancora più convinti che i segratesi ci abbiano eletto proprio per questo, non solo per tutelare il territorio dalle speculazioni, ma anche e soprattutto per tornare a una sana normalità di gestione della cosa pubblica. In tutti questi mesi nonostante le difficoltà ci siamo rimboccati le maniche per trovare una soluzione: responsabilmente nei tre anni e mezzo che ci restano di mandato metteremo a posto anche i conti, proponendo come fanno i buoni padri di famiglia una gestione finanziaria sostenibile, oculata e che preveda entrate e uscite certe; contenimenti della spesa e riduzione degli sprechi. Ciò che faremo sarà solo a tutela della cittadinanza e di chi dopo di noi verrà ad amministrare la nostra Segrate, con un solo obiettivo: lasciare la nostra città un po’ migliore di come l’abbiamo trovata.

Ieri sera in Consiglio Comunale abbiamo avviato la prima parte della manovra di riequilibrio, faticosa ma doverosa. Ringrazio per questo tutta la maggioranza e chi in queste settimane e in questi giorni sta lavorando con grande dedizione e serietà. Al contrario di chi ancora irresponsabilmente va in giro dicendo con volantini che mi raffigurano come Pinocchio con le orecchie d’asino che la situazione di bilancio che stiamo raccontando ce la siamo inventata, che è frutto della nostra incapacità di amministrare. Un volantino che sono certo farà più male a chi l’ha diffuso perché io, la Giunta e la maggioranza di governo, al contrario di chi si è affrettato a darci dei bugiardi in modo sbrigativo, molto vago, senza leggere i documenti e con contenuti non corretti, non abbiamo nulla da nascondere e stiamo lavorando anche in questa delicata situazione con assoluta trasparenza. Questa situazione di bilancio e le sue conseguenze sono state illustrate in diverse occasioni da me e dal vicesindaco Luca Stanca in occasione di sedute di consiglio comunale, conferenze stampa, comunicazioni tramite i canali dell’ente e soprattutto in tre serate aperte al pubblico organizzate tra febbraio e marzo a Milano 2, Segrate Centro e San Felice. Incontri che hanno avuto una partecipazione motivata di segratesi di diverse fasce d’età. Ci sono stati interventi, commenti, domande e giudizi. Ma che qualcuno dicesse che ci stavamo inventando tutto, di fronte ai numeri certi e alla matematica, questo non è mai capitato.

Ma forse ciò che però più mi rammarica è che in tutti questi mesi non ci sia stato un solo rappresentante delle forze d’opposizione che di fronte a cifre incontrovertibili segnalate alla Corte dei Conti, abbia per un attimo lasciato da parte la battaglia per il potere, non so in che altro modo definirla, e abbia provato a offrire il proprio contributo. La situazione finanziaria del Comune di Segrate che è emersa dal passato ci ha davvero portati a un passo dal tracollo, e allora sì che sarebbero stati guai ben più seri, ma sembra che anche chi predica in continuazione la partecipazione e la collaborazione tra le parti per il bene dei cittadini questo non importi.

Un futuro migliore per i segratesi e i nostri figli, invece, a me sembra l’unico vero obiettivo che deve essere sempre inseguito sempre con determinazione. Con onestà, trasparenza e energia.

Le mafie esistono

Oggi è la Giornata Mondiale della Memoria delle vittime di mafia.

Ieri, poche ore dopo l’incontro a Locri tra i familiari delle vittime delle mafie e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono comparse sui muri dell’arcivescovado, di una scuola e del comune di Locri, pesanti minacce contro Don Luigi Ciotti e il Vescovo monsignor Francesco Oliva.

Questa giornata non è retorica. Le mafie esistono ancora, hanno solo mutato forma, rendendosi meno visibili e più subdole, infiltrate, nella società, nella finanza, in politica.

Noi a Segrate non ci limitiamo a qualche parola di circostanza in tema di legalità.

Il 20 giugno 2016, il consiglio comunale ha approvato all’unanimità l’adesione di Segrate ad Avviso Pubblico, l’Associazione che conta più di 300 Amministrazioni pubbliche che combattono attivamente le mafie, attraverso trasparenza e buona politica, sui temi dell’ambiente, territorio, pianificazione urbanistica, appalti, contratti, servizi e aziende pubbliche, beni confiscati, giovani e cultura. Il 3 ottobre l’Ufficio di Presidenza di Avviso Pubblico ha dato il benestare alla nostra adesione.

Il futuro a Segrate riserva molte sfide su cui bisogna tenere gli occhi aperti. Non ci distrarremo, vigileremo sulla correttezza della nostra politica. Ognuno deve fare la sua parte per debellare il parassitismo delle mafie: noi siamo pronti a fare la nostra.

Adesso voglio vedere se ridi ancora

unnamedDal 1999 l’Assemblea Generale della Nazioni Unite ha scelto il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore della Repubblica Dominicana.

C’è chi sostiene che il femminicidio sia un fatto inesistente, che esistano solo gli omicidi: persone che uccidono altre persone per i più svariati motivi. Non è un parere isolato, ma contrasta almeno con due dati di fatto. Il primo dato sono i numeri: in Italia, dove gli omicidi sono calati drasticamente nell’ultimo ventennio, i delitti di cui sono vittime le donne, maturati in ambito familiare o delle relazioni personali, sono circa un quarto del totale. Solo ieri l’ultimo brutale a Seveso, qui vicino a noi. Sono quindi una categoria consistente, statisticamente da assumere come categoria a sé stante.

Il secondo dato è la banalità e la ferocia con cui vengono consumate queste tragedie e in generale gli atti di violenza contro le donne.

Adesso voglio vedere se ridi ancora”. Così ha detto un uomo, condannato in questi giorni a 18 anni di carcere, mente dava fuoco alla sua compagna, incinta di otto mesi.

Le guerre, le sofferenze e la ferocia, sono nella cronaca quotidiana. Ma questa banalità del male, questi atti di violenza, di maltrattamenti e persecutori che vedono le donne vittime “privilegiate” nella nostra società, senza importanti distinzioni di ceto e di formazioni culturale, ci obbligano a intervenire. E la prima forma di prevenzione è non negare il problema, ma parlarne il più possibile, come facciamo oggi.

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