Cinema

L’Italia liberata da quei Piccoli Maestri

Piccoli Maestri«Castagna» dissi. «Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? Non andava mica bene, come era prima. Si potrebbe dire che siamo qui per quello» (da I piccoli maestri, romanzo di Luigi Meneghello)

In occasione della 68sima Festa di Liberazione, segnalo l’interessante iniziativa Viva l’Italia, Viva l’Italia liberata – Grandi film per raccontare la Storia promossa dal MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano. Per quattro intense giornate, a partire dal 25 aprile, il MIC passa in rassegna alcune delle pellicole più significative della nostra storia del cinema, che hanno raccontato al mondo una delle pagine più importanti, ma al contempo drammatiche, del nostro Paese.

Tra i film proiettati, ci saranno – oltre alla pellicola che inaugura la quattro-giorni Milano Liberata – Antologia di filmati sulla liberazione della città di Milano (dall’archivio della Cineteca Italiana), a cui seguirà Roma Città Libera – anche Il generale della Rovere e Roma città aperta di Roberto Rossellini, Il partigiano Johnny di Guido Chiesa e Piccoli maestri di Daniele Lucchetti (ma per gli orari e il programma completo, vi consiglio di consultare il sito del Museo Interattivo del Cinema a questo indirizzo: http://mic.cinetecamilano.it/sala/ ).

Seppur affianchi alcune delle pietre miliari della nostra cinematografia che apprezzo, la pellicola di Lucchetti è probabilmente quella che, tra tutte, cattura maggiormente la mia curiosità. Forse perché, tra i film proposti, è tra i più “recenti” (risale al 1997) e gode di quella giusta distanza storica per analizzare e raccontare un evento importante e fondamentale per la nascita della nostra Repubblica, oggi più che mai oggetto di accesi dibattiti dentro e fuori il Parlamento.

Era l’autunno del 1943. Alcuni studenti universitari, Gigi, Lelio, Enrico, Simonetta, Bene, decidono a loro modo di opporsi all’invasione nazista dell’Italia e partono per l’altopiano di Asiago, pronti ad unirsi ad altri gruppi di partigiani. Ma c’è una difficoltà che incombe sul giovane gruppo: nessuno di loro, infatti, è capace “a fare la guerra“. Mentre si muovono tra i villaggi, si aggiungono al loro gruppo un operaio, un marinaio, il loro professore antifascista, Toni Giurolo, e Dante, giovane sottufficiale alpino. Ogni piccola azione, ogni decisione da prendere è una discussione. Nessuno dei ragazzi, infatti, vuole davvero uccidere.

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Luigi Meneghello, considerato tra le più importanti testimonianze della lotta partigiana di Resistenza in Italia, Piccoli Maestri è un film il cui leitmotiv ruota attorno a due aspetti importanti, e a loro modo consequenziali: l‘incapacità di cinque giovani, votati alla causa della Liberazione del proprio Paese, di imbracciare un’arma e uccidere, ma soprattutto una domanda, feroce e brutale, che attanaglia le loro giovani menti: la violenza è davvero la strada giusta?

Mosso dalle più eccellenti e patriottiche intenzioni, il gruppo si accorge presto che quella che era stata vissuta all’inizio come un’avventura idealistica, e forse sottovalutata, stava scivolando via dalle loro mani, trasformandosi in una cruda e pericolosa realtà. Letto attraverso gli occhi innocenti e puri di ragazzi poco più che ventenni, Piccoli maestri è un’occasione per rileggere una pagina di Storia importante, ma soprattutto un’opportunità per riflettere su una questione machiavellica, ma tuttavia ancora attuale: fino a che punto il fine giustifica i mezzi?

Con una capriola si potrebbe traslare la domanda alla situazione politica che si è consumata e continua a consumarsi in questi giorni nei palazzi del Governo. Una violenza verbale e politica, giochetti, dispetti, minacce di fantomatiche marce su Roma (a conferma del fatto che il filosofo Gianbattista Vico, nella sua teoria dei corsi e ricorsi storici, ci aveva preso in pieno), tutte votate al raggiungimento di un obiettivo: salvare un’Italia al collasso e restituirle la sua meritata serenità. Ma fino a che punto quello che ci stiamo raccontando ha un senso? Sarebbe necessario che tutti, proprio come i giovani aspiranti partigiani raccontati da Meneghello e Lucchetti, facessero un passo indietro e tornassero a porsi domande, offrire risposte, provare a cambiare l’Italia .

Per restituire, a distanza di sessantotto anni, una sua nuova versione 2.0.

Ma soprattutto liberata, ancora una volta.

Italia: odi et amo

Italy_love_itQualche giorno fa mi sono imbattuto per caso in un piccolo e prezioso documentario dal titolo amletico Italy: Love it or leave it, diretto dai due giovani registi, qui anche protagonisti, Gustav Hofer e Luca Ragazzi. Premiato al Milano Film Festival 2011 come miglior lungometraggio e miglior premio del pubblico (riconoscimento toccato anche all’Annecy cinéma italien dello stesso anno da parte della giuria giovanile), la pellicola affronta un dilemma che investe buona parte dei giovani (e non solo) precari, disoccupati, o semplicemente sfiduciati italiani: che faccio, resto o me ne vado?

Luca e Gustav vivono insieme. Quando ricevono una notifica di sfratto, si apre una spaccatura: Gustav vorrebbe trasferirsi a Berlino, mentre Luca crede che l’Italia sia ancora un Paese che ha qualcosa da offrire. Decidono di prendere sei mesi di tempo per scegliere, e cominciano un’avventura on the road lungo la Penisola a bordo di una vecchia 500, toccando luoghi molto diversi tra loro, come Rosarno, Napoli, Giarre e Predappio, per capire se l’Italia è ancora un posto in cui poter continuare a vivere o meno.

Per quanto i due narratori giochino molto con divertenti intermezzi sulla dicotomia Italia-Paese Meraviglioso Vs Italia Paese da cui scappare (anche se alla lunga risultano sfiancanti), uno dei punti di forza della pellicola sono certamente i contributi dei tanti intervistati che arricchiscono la narrazione: tra questi, ricordiamo un’operaia della Fiat (prima tappa del viaggio); Lorella Zanardo, la regista del doc Il corpo delle donne; Carolina Girasole, sindaco di Isola di Caporizzuto; il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola; gli ex dipendenti della Bialetti, che ha chiuso i battenti qualche anno fa per trasferire le sue fabbriche in Romania. Eppure, il contributo che maggiormente mi ha colpito è stato quello dello scrittore Andrea Camilleri che Luca Ragazzi, nella versione inglese del doc, definisce un wiseman, un saggio: vi riporto il link dell’intervento.

Le parole di Camilleri sono pungenti, affilate, ma vanno dritte al punto. Il grande scrittore appare ai nostri occhi proprio come un mentore, come quelli che costellavano le narrazioni del passato, che dispensa consigli e incoraggia i giovani a combattere e a credere nelle proprie idee. Cinematograficamente parlando, un Maestro Yoda, di quelli che sempre più spesso mancano e di cui sempre più si sente il bisogno.

Perché i giovani, oggi, hanno tante domande, ma nessuna risposta. A cui, però, Gustav e Luca, alla fine di un viaggio (soprattutto interiore), sono giunti… ma non vi svelerò il finale.

E voi? Come avete risolto il vostro dubbio amletico?

Quel Muro di Gomma. Ustica, 27 giugno 1980

«Dopo anni e anni per la prima volta uno squarcio si apre in questo muro di omertà,

in questo muro di gomma».

(Bruno Giordani, Il Muro di Gomma di M. Risi)

Muro di gommaArriva in serata una notizia attesa da oltre trent’anni: la Cassazione condanna lo Stato italiano a risarcire i familiari di coloro che persero la vita in quella che viene ricordata la Strage di Ustica. Il 27 giugno 1980 era un venerdì qualunque quando l’aereo di linea Douglas DC-9 appartenente alla compagnia aerea italiana Itavia decollato dall’Aeroporto di Bologna in direzione Palermo si squarciò in volo all’improvviso e scomparve in mare. Il velivolo portò via con sé, senza una spiegazione apparente, 81 persone, molte probabilmente pronte a trascorrere qualche giorno di tranquillità nelle meravigliose spiagge siciliane. Un missile, si legge su molte testate online delle ultime ore, avrebbe dunque squarciato in volo l’aereo, una delle ipotesi congetturali più accreditate che si sono susseguite negli anni e che finalmente è stata messa nero su bianco. Ma cosa successe realmente?

Probabilmente non si saprà mai, eppure il regista Marco Risi ha offerto a suo tempo un’interessante ipotesi sulla versione dei fatti nella sua pellicola Il Muro di Gomma (1991). Attraverso il personaggio di Rocco, un giornalista del Corriere della Sera (ispirato al giornalista Andrea Purgatori, da sempre impegnato a far luce su quanto avvenne quella sera, e interpretato dal grandioso Corso Salani), Risi racconta dieci anni di indagini sulla strage, avvolta da sempre nel mistero e suddita di supposizioni e segreti irrivelabili. Ciò che affascina della pellicola non è certamente l’elenco di supposizioni e ipotesi snocciolate nel corso del decennio, quanto la necessità e il bisogno di conoscere la verità, che va ben oltre il diritto all’informazione.

Il Muro di Gomma deve il suo titolo alla metafora che, nel film, l’avvocato Bruno Giordani usa per riferirsi alla barriera di omertà calata nel corso degli anni sull’incidente, citata qui in apertura al post. Un muro di gomma che, grazie a questa condanna, è stato parzialmente infranto, offrendo giustizia a chi, da oltre trent’anni, aveva rischiato di perdere le speranze. Nella giustizia, nell’onestà e nell’incorruttibilità.

In Darkness e la Storia fatta senza i sé

In DarknessIn questi giorni è nelle sale cinematografiche In Darkness, la nuova pellicola della regista Agnieszka Holland (autrice di opere come Poeti dall’inferno e Europa, Europa) e candidata agli Oscar nella categoria Miglior Film Straniero.

Tratto dal romanzo Nelle fogne di Lvov di Robert Marshall e dedicato alla memoria dell’attivista polacco Marek Edelman, il film narra la storia dell’ispettore fognario Leopold Socha che, per sbarcare il lunario in tempo di guerra, ruba nelle case dei ricchi e in quelle degli ebrei, costretti all’esilio nel ghetto e poi falciati dalla follia omicida dei nazisti.

Avvicinato da un vecchio compagno di cella, l’ufficiale ucraino Bortnik, gli viene promessa una lauta ricompensa se troverà e denuncerà alla Gestapo gli ebrei sfuggiti ai rastrellamenti. Eppure Socha, inizialmente mosso dal dio denaro, decide di nascondere undici di loro in un settore angusto delle fognature, in cambio di cibo e silenzio. I tempi di guerra e la sopraffazione, porteranno Socha ad ammorbidire il suo animo…

Avvolta da un’inquietante senso di claustrofobia ottenuta da un particolare uso della luce, la pellicola della Holland torna a raccontare una delle pagine più oscure e drammatiche della storia dell’umanità: l’orrore della Shoah. La regista non cede a facili buonismi: attraverso il conflitto interiore che consuma Socha (figura che incarna luci e ombre dell’essere umano), Holland analizza e sviscera con la minuzia di un chirurgo il Male Assoluto e la Speranza, due concetti antitetici di uguale intensità.

E proprio in una giornata come quella di ieri, dedicata alla Memoria, è opportuno tornare a domandarsi il valore di questi due aspetti, che in una lotta infinita tendono ad annullarsi vicendevolmente. Eppure la Holland decide di far prevalere la Speranza, attraverso la splendida immagine di chiusura della pellicola, in cui Socha porta a rivedere la luce la più piccola dei reclusi.

Per citare The Smiths, “there is a light that never goes out“.

Amour e l’incanto del dolore

Amour-1

Si torna a respirare europeo all’85sima edizione degli Academy Awards. A sorpresa, Amour di Michael Haneke – già Palma d’Oro a Cannes lo scorso anno – ha raccolto grandi consensi in terra statunitense e si è aggiudicata ben cinque candidature agli Oscar (tra cui Miglior Film, Migliore Sceneggiatura Originale e Miglior Attrice Protagonista). Ma qual è la sua storia?

Georges e Anne sono ottuagenari, persone istruite, insegnanti di musica in pensione con una figlia, Eve, anche lei musicista che vive all’estero con la famiglia. A seguito di un tragico evento l’amore che unisce la coppia verrà messo a dura prova.

Attraverso luci e atmosfere lattiginose, stanze vuote e asettiche, Michael Haneke racconta la vita prima della morte, logorata e consumata proprio come il corpo di Anne, interpretata da una toccante Emmanuelle Riva. Il regista austriaco non spreca parole e attimi, non si lascia andare a ipocrite frasi fatte: preferisce raccontare il lungo sodalizio amoroso tra Georges e Anne attraverso i loro silenzi e i loro sguardi.

Una pellicola, Amour, che sceglie di raccontare l’amore in senso lato, espressione di devozione, di pietas, di incanto e di ricordi: è una. Accanto alla interpretazione di Jean-Louis Trintignant, delicata e rude allo stesso tempo, si affianca l’eccezionale performance, nel ruolo della figlia Eve, di Isabelle Huppert – che ha già avuto occasione di misurarsi con il tema interpretando una vaneggiante Lady MacBeth moderna, nel finale di Bella addormentata di Marco Bellocchio.

Ciò che affascina in assoluto del film è l’indiscussa perfezione geometrica con cui Haneke racconta un dolore a cui non ci si potrà mai abituare: l’idea di perdere chi si ama, davvero.

Riassumendo il mio parere, Amour entra di diritto in quella classifica di pellicole che sono solito definire “fottuti capolavori“. E sono pochi ad essersi aggiudicati questa veritiera definizione.

Goodbye, Reality!

Goodbye LeninFanta-politica. Le primarie e Bersani, le dimissioni di Monti, il ritorno (l’ennesimo) in campo di Berlusconi. Gli avvenimenti surreali di questi ultimi giorni mi hanno portato alla mente un film delizioso, e altrettanto surreale, diretto dal regista tedesco Wolfgang Becker nel 2003, Goodbye, Lenin!.

Caduta in coma dopo aver assistito al pestaggio del figlio Alex, la fervida sostenitrice della DDR Christiane si risveglia dopo pochi mesi dalla Caduta del Muro di Berlino, e dell’oramai ex Unione Sovietica. Per non aggravare il suo già precario stato di salute con ulteriori shock, Alex non racconta alla madre quanto accaduto negli ultimi mesi, “preservando” la normalità della DDR all’interno di una stanza del proprio appartamento.

Una pantomima, una recita, un film nel film, in cui Alex, con la complicità di amici e vicini, realizza finti telegiornali con finte notizie sull’eccellente stato di salute del regime, recupera vecchi giornali, mette insieme un “santuario” di prodotti e cimeli dell’oramai superata Germania Est. Fare finta che nulla sia cambiato, cancellare con un colpo di spugna la realtà, quella vera e anche un po’ nuda e cruda, che si affaccia e svetta con prepotenza sui vecchi palazzi del lato orientale di Berlino…

…la fantomatica cancellazione di tasse. I ristoranti e le pizzerie pieni zeppi di clienti. L’imbroglio dello spread. In una parentesi di realtà durata appena un anno, si chiudono di nuovo gli occhi, si inventa una realtà alternativa, ci si anestetizza dicendo che tutto va bene, tutto tornerà a posto, volemose bene.

«Che strano, non è cambiato niente».

«Perché, doveva cambiare qualcosa?»

(Christiane e Alex – Goodbye, Lenin! (2003) di W. Becker)

Ambrosoli: storie di eroi borghesi

Inaspettata. Inattesa.

Meno di due settimane fa, è arrivata una notizia, o meglio la notizia: l’avvocato penalista milanese Umberto Ambrosoli ha annunciato tramite twitter la sua candidatura al Pirellone con la sua lista civica. Necessità di rinnovamento e sete di cambiamento: questa è la mission sottesa alla lista civica portata avanti da Umberto, protagonista e figlio di un’Italia eroica e borghese, che oggi stentiamo quasi a ricordare. Figlio di quel Giorgio Ambrosoli, assassinato in una serata qualunque l’11 luglio 1971, da quell’altra faccia dell’Italia, lurida e corrotta, che Giorgio Ambrosoli aveva voluto smascherare a costo della vita.

Nel 1995, Michele Placido ha raccontato questa drammatica vicenda nel film Un eroe borghese tratto dall’omonimo romanzo di Corrado Stajano (un libro da leggere e da regalare), interpretato dallo stesso Placido, nel ruolo di Silvio Novembre, maresciallo della Guardia di Finanza e da un eccezionale Fabrizio Bentivoglio, nel ruolo di Ambrosoli.

Un film che è un pugno allo stomaco, una ferita da riaprire doverosamente. Punteggiato dalle musiche di Pino Donaggio (David di Donatello per la miglior colonna sonora nel 1995), Un eroe borghese segue con intensità non solo il lavoro meticoloso e coraggioso di due uomini, Ambrosoli e Novembre, decisi a strappare con forza quella pagina oscura della storia italiana, ma soprattutto permette di calare lo spettatore nella tragica apnea vissuta dalla moglie Anna e dai tre figli, combattuti e straziati da quell’impronunciabile minaccia: la morte. Una Morte per la verità. Morte per un’Italia, ingrata, che ha dimenticato troppo in fretta il coraggio e la passione di quell’eroe borghese che oggi rivive attraverso l’animata passione del figlio Umberto.

A cui va, ovviamente, il mio sostegno più grande e il più caloroso in bocca al lupo.

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