Rottamiamoli

La Regione si occupi delle politiche sul lavoro

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La Martesana si è mobilitata questa mattina per il lavoro. Al corteo che si è snodato da Cassina de’ Pecchi a Cernusco sul Naviglio c’erano le rsu delle tante aziende in crisi, in particolare i lavoratori della Jabil in presidio permanente sulla Padana Superiore da due anni, diversi sindaci della zona e poi associazioni e tanti semplici cittadini. Tutti concordi nel dire che servono nuove politiche per rilanciare l’occupazione. Destinatari della mobilitazione, il governo romano e quello lombardo.

La politica, anche quella regionale, si deve occupare di più e meglio del mondo del lavoro. Il rilancio dell’economia e dell’occupazione parte anche da qui, dai nostri territori e dalle piccole e medie imprese. Mi farò carico di portare le istanze dei lavoratori a Palazzo Lombardia.

L’assenza del sindaco di Segrate mi ha rattristato, ignoro quali siano state le ragioni ed è toccato a me rappresentare la mia città in un momento in cui tutti dovremmo avere ben presente il dramma di molte famiglie dei comuni della Martesana, Segrate compreso, che si sono trovate di fronte a chiusure di aziende, a licenziamenti, cassa integrazione e mobilità.

Neanche la Pravda

Ai tempi dell’URSS la Pravda sosteneva che il più grande geyser del mondo fosse in Siberia.

Invece oggi scopriamo che, secondo Dario Giove, Bersani a Segrate ha stravinto (a Segrate, su 2164 votanti:  Renzi 896, Bersani 900, Vendola 262, Puppato 86, Tabacci 22).

Per Dario e tutti gli amici del PD.

Capisco e pratico il tifo sportivo e ho sentito di recente un allenatore dire (o ripetere) che non c’è niente di più bello che vincere per uno a zero per un autogol al novantacinquesimo. E’ vero anche che nelle elezioni si può vincere con il 50% più un voto. Ma il voto di Segrate di domenica scorsa non era un ballottaggio per l’elezione del sindaco, aveva un significato politico più generale di termometro dei sentimenti degli elettori del centrosinistra nella nostra città. Il risultato segratese di 41% a 41% (quattro voti di differenza) ad un primo turno può essere presentato come una vittoria dai sostenitori di Bersani che tutti i sondaggi hanno dato costantemente in vantaggio? Il Giorno Martesana lo ha definito un ex-equo in un articolo dove risulta che, dopo Cernusco s/N e Peschiera Borromeo, il risultato di Segrate è stato per Renzi uno dei migliori della provincia.

A proposito, Pravda vuol dire verità.

Un sorriso.

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

Se i primi dati venissero confermati, il vento dell’antipolitica avrebbe soffiato anche sulle elezioni siciliane.

Qui sotto trovate una lettura per capire dove siamo e un hastag per darci un appuntamento stasera alle 21 al teatro Dal Verme: perché #solorenzifermagrillo

di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

Meritano proprio di essere spazzati via.

Ieri hanno pubblicato il regolamento per le primarie 2012.

Tutti gli osservatori sono concordi nell’affermare che è un regolamento fatto per scoraggiare il voto libero e proteggere le truppe cammellate: in poche parole, è una gran porcata.

Mi spiace per Nichi Vendola, che è stato candidato due volte in Puglia con regole che ora non vanno più bene.

E mi spiace soprattutto per Pierluigi Bersani. Con questo terrore del voto ostacolato da norme grottesche, si è piegato al poliziotto cattivo e ha dimostrato di essere un leader fragile: comunque vadano le primarie le ha già perse.

Alcuni esempi.

Al secondo turno potranno votare solo “coloro che dichiarino di essersi trovati, per cause indipendenti dalla loro volontà, nell’impossibilità di registrarsi all’Albo degli elettori entro la data del 25 novembre, e che si registrino in due giorni compresi tra il 27/11 e il 01/12“.

Ci si potrà registrare anche il giorno del voto, ma in una sede diversa dal gazebo in cui si voterà.

Hanno impedito il voto ai sedicenni (che invece potevano votare nelle precedenti primarie), come giustamente ricorda anche Pippo Civati.

Infine non ci si crede che nel 2012 online si possa fare tutto tranne che registrarsi all’albo degli elettori del centrosinistra.

Alle primarie di Prodi nel 2005 andarono a votare in 4 milioni. Nel 2009 per Veltroni votarono in 3 milioni. Se a queste andranno a votare meno di 3 milioni di chi sarà la responsabilità? In nome di un patto di sindacato ora viene respinto chi in pieno spirito PD attrae nuovi consensi.

Nichi, Pierluigi, si può sapere di cosa avete paura?

Alessandrini sul camper? No, grazie.

Nell’ultima puntata di Ballarò, il consueto sondaggio ha sottolineato che il consenso verso Matteo Renzi continua ad aumentare e la sua percentuale è ormai vicina (33 a 37%) a quella di Bersani tra gli intervistati che intendono partecipare alle primarie del PD.

Molto c’è ancora da correre, ma l’entusiasmo tra i renziani aumenta. Aumenta anche, inevitabilmente, il numero di chi strizza l’occhio al camper di un possibile vincitore, e tra i sinceri entusiasti vi sono i mestieranti della politica e chi vuole riciclarsi cambiando senza problemi bandiera e schieramento.

A Segrate corre voce che perfino il sindaco Alessandrini, ex PDL, da pochi mesi proclamatosi indipendente, sia pronto a scoprirsi renziano.

Sarebbe una cosa notevole. Ma occorrerebbe ricordare ad Alessandrini che uno dei punti forti di Renzi amministratore è di aver imposto nella città di cui è sindaco, Firenze, il consumo zero del territorio. Non a caso, il coordinatore dei comitati di Renzi per la provincia di Milano è Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco, che era presente alle convention della Leopolda e che soprattutto ha portato anche la propria città a interrompere il consumo di suolo.

Alessandrini invece ha fatto esattamente il contrario. Il suolo agricolo di Segrate, nel PGT voluto e fatto votare da Alessandrini, è destinato ad essere tutto consumato, urbanizzato.

Di renziani così non ce n’è certo bisogno. Proprio no.

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