Rimbocchiamoci le maniche affinché Expo 2015 Milano non sia una grande sagra di paese

Non è difficile – e sarà capitato a tutti voi – nei discorsi occasionali su Expo 2015, da quelli tra amici a quelli istituzionali, di trovarsi costretti a registrare sentimenti e opinioni che vanno dalla delusione alla irrisione. È vero, ci sono anche sentimenti “positivi”, ma delusione e irrisione sono quelli che accompagnano sempre più l’idea dell’Esposizione Universale come occasione per dimostrare l’efficienza lombarda e rilanciare cultura, economia, società.

Chi aveva riposto speranze di lavoro e ripresa di attività ne parla già al passato, come di una ‘grande sagra’ che si è organizzata alla bell’e meglio, ma che nella migliore delle ipotesi lascerà le cose come stanno, senza cambiare granché.

C’era bisogno di una visione unificante attorno a Expo.

Invece, il dibattito è stato monopolizzato dalla più piatta routine e dalla piccineria delle beghe interne alle diverse componenti partitiche, che si misurano non sulla Storia ma sull’attaccamento alle poltrone. Ecco cos’è successo.

Eppure siamo in tempo per cambiare verso. La prima cosa da fare subito è uscire dalla propaganda tranquillizzante e calarci nella verità. Siamo un territorio che da secoli dimostra di essere capace di rimboccarsi le maniche: non neghiamo l’esigenza di farlo anche in questo momento, non diciamo le cose a metà, non diamo false rassicurazioni; facciamo i conti con la realtà di ritardi accumulati e improvvisazione nelle responsabilità di questa Regione.

Rimbocchiamoci le maniche, per non trattare questa esposizione come una grande sagra di paese, dove confusione e disservizi facciano parte della tradizione.

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