Aquile Randagie

La memoria è il più potente vaccino contro gli abissi della Storia

Sono nato nel 1974. Ho conosciuto la guerra fredda, il rischio di un conflitto e quelli purtroppo scoppiati anche in paesi a noi vicini, ma non ho mai vissuto una guerra. Ho avuto la fortuna di vivere nel periodo più pacifico della storia d’Europa. 74 anni di assenza di conflitti, a parte quello triste e cruento dell’ex Jugoslavia che ha segnato tanti della mia generazione.
Io non so cosa significhi vivere sulla propria pelle le privazioni di una guerra: la fame, i bombardamenti, la morte dei tanti a cui vuoi bene. E non conosco, perché non l’ho vissuta, una dittatura. Non so cosa significhi vivere in un Paese che da un giorno a un altro vara le leggi razziali in grado di modificare e stravolgere la vita quotidiana.
Leggi che fanno diventare improvvisamente il tuo vicino, il negoziante che ogni giorno ti vende il pane, il tuo maestro, ma anche i tuoi genitori e te stesso, cittadini diversi, cittadini emarginati, cittadini privati di libertà di base, di diritti, di possibilità che noi consideriamo scontate, cittadini discriminati e infine catturati e mandati nei campi di sterminio.
Io non ho conosciuto questo orrore, come gran parte di voi. Ma c’è sempre il rischio che i volti bui della Storia riappaiano. L’unico modo per evitarlo è conoscerla, la Storia è tramandarla, perché con l’alternarsi delle generazioni tutto viene stemperato e gradualmente dimenticato. Rimane solo nei libri. Ma non basta.
Bisogna entrare in quelle pagine e farle parlare. Condivido il viaggio della Memoria organizzato da ANPI Milano tra il 3-6 maggio nei lager nazisti. Ritornare nei luoghi, ritrovare i portoni dove i nazisti hanno strappato mamme padri e bambini, salire nei vagoni per capire come hanno viaggiato per giorni infernali e infiniti, entrare nei campi di sterminio stringendoci a loro, nelle loro paure, nelle loro angosce, nel loro infinito amore per i cari dai quali erano stati separati, mostrando tutta la crudeltà inconcepibile di una macchina della morte messa a punto dai nazisti per cancellare la vita di milioni di persone. Spero che siano in tanti a partecipare.
La memoria è il più potente vaccino contro gli abissi della Storia.
Per questo celebriamo il 25 aprile. Non per i nostri “veci”, come dicono gli alpini. E forse neanche per i loro figli. Ma per i figli dei figli. Per quelli che corrono il rischio di sentirsi tanto lontani da quegli eventi da sentirsene immuni.
C’è oggi in Italia un’onda più forte che in passato, che sostiene indifferenza se non distacco verso il 25 Aprile. Si sente sostenere che la Resistenza fu per lo più l’impegno di pochi cui moltissimi si aggregarono a giochi fatti. Eppure ci fu una resistenza al fascismo che fu diffusa, civile, disarmata e persistente.
Tra tanti vorrei fare due esempi, uno mio personale, un altro che fa parte della storia della nostra città.
Il primo: gli scout. In breve, fondato in Inghilterra nel 1907, lo scoutismo apparve in Italia pochi anni dopo, intorno al 1910 in Liguria e Toscana e si diffuse rapidamente in molte regioni. Con l’avvento del fascismo e la conseguente nascita dell’Opera Nazionale Balilla come organizzazione giovanile, lo scoutismo fu osteggiato e tra il 1927 e 1928 venne messo fuori legge. Ufficialmente i gruppi vennero sciolti, ma alcuni continuarono l’attività in segreto. I casi più famosi, “il Lupercale” di Roma e le “Aquile randagie” di Milano. Questi gruppi continuarono a incontrarsi in luoghi isolati, a stampare giornalini, a far vivere di nascosto l’esperienza scout a ragazzi durante tutto il periodo fascista, spesso con la protezione della Chiesa, di molti parroci e vescovi, uno per tutti: a Milano, il monsignor Giovanni Battista Montini. Durante la guerra, gli scout milanesi si organizzarono nell’Oscar (una sigla che si ritiene volesse dire Opera scout cattolica aiuto ricercati), permettendo a oltre 2000 ebrei, dissidenti e perseguitati politici (tra questi anche il giornalista Indro Montanelli) di fuggire in Svizzera.
Anche questa fu resistenza, civile, prolungata, disarmata. Non senza vittime: ci fu chi venne ucciso come il diciannovenne Peppino Candiani, mentre accompagnava fuggitivi. Altri furono arrestati, fucilati, morirono nel lager tedeschi.
E’ una storia, quella della “giungla silente” dello scoutismo italiano clandestino durante gli anni del fascismo che ha qualche ricordo anche a Segrate. L’ex sindaco Gianfranco Rosa ad esempio racconta di aver fatto parte, durante la guerra, di un gruppetto di ragazzini che nel paese di Landriano, dove viveva, fecero attività scout con tanto di notti in tenda, su iniziativa di un sacerdote. Non solo: nella parrocchia del paese erano stati nascosti degli ebrei, degli artisti, che per ricompensa decorarono le vetrate della chiesa. In paese molti, se non tutti sapevano ma fecero la loro parte nel resistere al nemico e alla dittatura.
Un altro nostro concittadino, Arrigo Zecchi, racconta di essere stato, da ragazzino, uno scout clandestino, un’Aquila Randagia.
Il secondo esempio, quello che riguarda la nostra città, si aggiunge al ricordo del valoroso Arcide Cristei, nato a Segrate, qui sepolto dopo essere stato ucciso da partigiano appena diciannovenne nelle montagne tra la Valsassina e la Val Brembana, e la cui tomba anche oggi abbiamo omaggiato.
Questo secondo esempio ci è stato reso noto dal libro “Via Borioli 18”, scritto da Armida Pomè e Cristina Colli, madre e figlia, che racconta le vicende di alcune famiglie di lavandai, tra quelle che quasi un secolo fa fondarono il nostro quartiere di Lavanderie. Lungo quelle pagine di cronache famigliari c’è un passaggio finora inedito. Vi si racconta che durante la guerra, nelle comunità di Lavanderie e Redecesio, alcuni partigiani si erano rifugiati nelle case dove vivevano famiglie sfollate da Milano. Tra questi partigiani, viene fatto il nome di Achille Lesmo (nel libro chiamato Achille Zerbi) citato in un documento storico come “vice commissario della 8^ divisione partigiana Fiume Adda”.
C’è scritto in “Via Borioli 18″: “Achille (…) era una staffetta con il compito di trovare viveri da portare ai partigiani che si erano rifugiati sulle montagne. Abitava in casa del fratello Carlo che era in parte occupata dai tedeschi (…); per fortuna i soldati non si accorsero mai di nulla. (…) In paese tutti conoscevano Achille e lo aiutavano avvisandolo quando percepivano qualche pericolo. Suo compagno di avventure era un tale Sandro Pertini, un giovane in gamba e politicamente entusiasta che sarebbe diventato uno dei più amati presidenti della Repubblica Italiana“.
Anche queste righe raccontano come il popolo italiano, diffusamente e anche qui a Segrate, seppe reagire alla barbarie con una reazione coraggiosa e corale. Vi furono le avanguardie che, prendendo le armi, costituirono le formazioni partigiane.
Vi furono i militari italiani che, come a Cefalonia, si ribellarono al giogo tedesco, pagando un altissimo tributo di sangue, o che combatterono accanto ai nuovi alleati, nel nome degli ideali, ritrovati, di libertà e democrazia.
Vi furono quei seicentomila e più soldati che rifiutarono di servire l’oppressore sotto il governo di Salò, molti vennero passati per le armi o torturati, tanti altri deportati nei campi di prigionia in Germania.
Vi furono gli operai che scioperarono nelle fabbriche, gli intellettuali che diffusero clandestinamente le idee di libertà, le donne che diedero vita a una vera e propria rete di sussistenza per partigiani, perseguitati e combattenti.
Vi furono uomini liberi che sbarcarono nell’Italia occupata e versarono il loro sangue anche per la nostra libertà. A questi caduti, provenienti da nazioni lontane, rivolgiamo un pensiero riconoscente. Il loro sangue è quello dei nostri fratelli.
Perché lo facevano? Coraggio, ideologia, principi morali, senso del dovere, disillusione, pietas umana, senso comune… Tante e diverse furono le storie, tante e diverse le motivazioni.
L’insieme di tutta questa “ostinazione civile”, come oggi la chiamerebbe Umberto Ambrosoli, fu la Resistenza.
Oggi il vociare della cronaca politica ci inchioda sulla quotidianità di commenti fatti di materialità, di ricerca di facile consenso, senza valori e senza umanità, con ripetuti insulti che istigano alla mala educazione e al disimpegno anche nei confronti del 25 Aprile. E invece noi siamo qui, oggi a Segrate, con la nostra ostinazione civile, a dedicare una mattina del nostro tempo a farci carico della responsabilità di celebrare la memoria della Resistenza e dell’immane tragedia che fu la Seconda Guerra Mondiale. Se guardiamo quello che ci circonda a volte viene da pensare che far prevalere questa nostra responsabilità resta un sogno, ma ai sogni, come di recente ha detto Papa Francesco, dobbiamo credere e impegnarci. Daranno ancora un senso al nostro futuro e un traguardo “sognato” alla nostra vita.
Concludo ricordando un nome: Giuseppe Tortorella, il partigiano “Gip”, fratello del più famoso Aldo, che viveva da molti anni qui a Segrate ed è scomparso l’anno scorso. Un comunicato dell’ANPI ha ricordato che Gip fu arrestato il 20 dicembre 1944, rimase per ben 20 giorni nelle mani dei torturatori fascisti, fu processato il 13 gennaio 1945 dal Tribunale Militare e subì una condanna a 30 anni interrotta dalla Liberazione.

Ricordando anche lui, diciamo: Mai più fascismo, mai più guerra.
Auguri per il 25 aprile. Viva l’Italia!

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