Barack Obama

Noi che viviamo in un eterno 11 settembre

dsc_1674Sono passati 15 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001. Da allora viviamo come in un eterno 11 settembre, di ansie, di paure, di incertezze per il futuro.

Molti di noi lo ricordano come l’attentato alle Torri Gemelle, le Twin Towers di New York, che fu l’evento più clamoroso. Ma la storia di quel giorno fu assai più complessa: furono quattro gli aerei che vennero dirottati quella mattina in partenza da quattro diversi aeroporti della costa orientale degli Stati Uniti. Due colpirono appunto le Torri Gemelle, un terzo si abbattè sul Pentagono, il quarto cadde in un campo in Pennsylvania dopo che i passeggeri che avevano saputo di quello che era accaduto a New York cercarono di sopraffare i dirottatori.

Le vittime degli attentati furono quasi tremila, tra chi perse la vita negli impatti e quanti morirono a seguito del crollo delle Torri. In gran parte erano civili, ma persero la vita ben 343 vigili del fuoco, 72 agenti delle forze dell’ordine e 55 militari.

Fu un evento di un terrificante impatto non solo sull’opinione pubblica mondiale, ma anche sull’economia e sulla vita di tutti i giorni. Da allora sono state aumentate le misure di sicurezza nei viaggi aerei e nel passaggio di molte frontiere. E’ stato un evento che ha segnato la storia del nostro secolo. Si può senz’altro dire che da allora la nostra vita non è stata più la stessa.
Sono passati quindici anni. I ragazzi che sono nati quell’anno stanno ora iniziando le scuole superiori e forse lo hanno già trovato o lo troveranno sui loro libri di storia.

Se ne può parlare come il primo attacco all’Occidente dopo tantissimi anni. L’ondata terroristica che l’11 settembre 2011 colpì gli Stati Uniti è continuata insanguinando anche l’Europa e sempre più vicino a noi: ricordo gli attentati sui treni di Madrid nel 2004 (191 morti e duemila feriti); gli attentati sulla metropolitana di Londra nel 2005 (56 morti e 700 feriti) e negli ultimi due anni la strage della redazione del Charlie Hebdo a Parigi e ancora i 130 morti nelle strade di Parigi (la strage del Bataclan), l’attentato all’aeroporto di Bruxelles del marzo scorso e solo due mesi fa la strage del lungomare di Nizza, a pochi chilometri dei nostri confini.
Questa scia di morte che ci appare insensata, incomprensibile e purtroppo non si può dire che non arrivi a colpirci ancora più da vicino.

Nel ricordare gli eventi del 2001 e nel rimarcare la nostra solidarietà al popolo e al governo degli Stati Uniti, voglio anche ricordare come grande merito della democrazia nordamericana sia quello di salvaguardare i propri valori. Ha detto il presidente Obama in questa ricorrenza: “La paura del terrorismo non deve stravolgere i nostri valori. E non possiamo seguire chi vorrebbe dividerci o reagire in una maniera che intacchi il tessuto della nostra società“.

Solo in questa maniera potremo finalmente uscire da questo 11 settembre iniziato, e mai terminato, ben 15 anni fa.

La lunga strada verso la Casa Bianca: da Rosa Parks a Barack Obama, la vittoria della democrazia

Barack is back. Dopo un agone all’ultimo sangue a suon di sfide televisive, colpi bassi e tentativi di infangamento da parte di sostenitori avversari (su tutti il re di The Apprentice US Donald Trump, che ha tentato di giocarsi la carta del certificato di nascita per dimostrarne la non-americanità), Barack Obama è stato (ri)eletto 45simo Presidente degli Stati Uniti d’America lo scorso 7 novembre.

Four More Years. Per altri quattro anni, l’America verrà guidata da un uomo ritenuto oggi uno dei simboli (se non il simbolo) della democrazia contemporanea. L’affaire Obama e tutto il tam-tam mediatico che si è consumato in questi ultimi mesi e giorni (a partire dal suo brillante discorso, di cui vi consiglio di dare un’occhiata), mi ha riportato alla mente un episodio significativo che riguarda il Presidente e il suo forte legame con la parola democrazia. Durante un suo viaggio a Detroit lo scorso 18 aprile, Mr. Obama ha fatto visita all’Henry Ford Museum per rendere omaggio all’attivista afro-americana Rosa Sparks. Immortalato da Pete Souza, fotografo ufficiale della Casa Bianca, il Presidente si è seduto su quello storico bus dove, nel lontano 1955, Rosa si rifiutò di lasciare il suo posto ad un passeggero bianco. Il conseguente arresto di Rosa portò ad una solenne mobilitazione da parte di tutti i cittadini afro-americani, conosciuta come il “Boicottaggio degli Autobus di Montgomery“, che rappresenta il primo importante passo della minoranza afro-americane verso quell’agognato desiderio di democrazia. Seppur i più maliziosi abbiano visto in quella fotografia del gratuito e becero paraculismo (non a caso, lo scatto è stato realizzato in piena campagna elettorale), l’intenso ritratto del Presidente sembra suggellare una vittoria: quella di una minoranza che ha lottato duramente per conquistare i propri diritti negli anni, in un toccante passaggio di testimone dalla sua prima attivista all’attuale Presidente degli Stati Uniti.

The long walk home. A proposito di Rosa Sparks, vi consiglio una pellicola molto interessante che parte proprio dall’episodio del boicottaggio degli autobus: La lunga strada verso casa (1990), diretto dal regista Richard Pearce e interpretato dalle due attrici Premi Oscar Whoopy Goldberg e Sissy Spacey. Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dell’attrice Mary Steenburgen, La lunga strada verso casa segue le vicende della governante afro-americana Odessa Cotter, che aderisce alla mobilitazione non violenta degli autobus, e della sua altezzosa datrice di lavoro, la borghese Miriam Thompson. Fulcro della pellicola è la lenta presa di coscienza di Miriam sul valore della parola democrazia (all’epoca, un concetto così scontato per il “popolo bianco”), scaturita dal nobile e coraggioso gesto di Rosa Sparks, nel suo desiderio di riscatto come donna e cittadina americana.

Quello stesso riscatto ancora oggi anima il neo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, di cui ancora una volta vuole farsi illustre portavoce.

Se abbiamo combattuto ferocemente è perché amiamo profondamente questo Paese“.

Obama ha salutato con queste parole, così piene e intense, il popolo americano.

Quel popolo che ha creduto in lui, e nella democrazia, ancora una volta.

The best is yet to come.

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