Europa

Priorità per l’Unione Europea che verrà: i working poor

Fare il sindaco in Italia oggi è un po’ vivere sulla propria pelle la serie di telefilm “Il trono di spade“. Per chi non la conoscesse riassumo in breve la sceneggiatura: da una parte ci sono le pianure con i palazzi, gli scontri per il potere, le regine, i re, i nani, i sacerdoti, i soldati, gli omicidi, gli amori, gli eserciti che si affrontano, mentre a nord c’è la barriera: un enorme muro che divide il mondo della pianura da un territorio sconosciuto che fa paura.
Essere sindaco oggi di una città medio-piccola come la mia è un po’ come fare il guardiano di questa barriera, in quanto si ha a che fare più da vicino con le forze che minacciano di invadere la pianura. Il nostro ruolo è di mettere in guardia i signori che vivono nei palazzi. Ed è quello che stiamo facendo. Da tempo noi sindaci d’Italia stiamo dicendo a gran voce a chi sta al governo centrale o regionale che questa rabbia è arrivata e batte forte i pugni contro la barriera che non sappiamo fino a che punto reggerà.

Ma cosa sta succedendo? Succede che negli ultimi anni è cresciuta prepotentemente in Italia e in Europa, la categoria dei lavoratori poveri (i cosiddetti working poor). Sono soprattutto loro a picchiare sulla barriera. Secondo Eurostat (marzo 2018) in Italia sono 12 su 100, contro la media europea del 9,6%. Persone che lavorano, ma dalla loro occupazione non traggono sufficiente reddito per il loro benessere e quello delle loro famiglie.
Le azioni di sostegno attivo e strutturale verso questi lavoratori sono mancanti o insufficienti perché, sebbene poveri, non sono disoccupati o in cerca di occupazione. I servizi sociali comunali hanno risorse limitate e quasi sempre altre priorità. I “Working poor” devono perciò rivolgere a istituzioni caritatevoli dove trovano assistenza, cibo e vestiario, al pari delle persone senza casa costrette a vivere per strada, mentre sono lavoratori da sostenere con politiche attive: formazione e miglioramento delle competenze, sostegno e aiuto nella ricerca di un impiego migliore.
Affrontare i problemi dei lavoratori poveri significa produrre investimenti, innovazione e sviluppo. I problemi dell’occupazione oggi sono trattati con modelli obsoleti, mentre il lavoro cambia nei modi, ad esempio con sviluppo del digitale e della manifattura 4.0; nei tempi con la liberalizzazione degli orari e la perdita di differenziazione tra tempi di vita e di lavoro; e nei luoghi, non più fabbriche e uffici ma attività agile a casa, in treno, nei bar, grazie alla diffusione delle reti.
Non stupisce quindi che gli elettori abbiano preferito votare coloro che promettevano migliori garanzie di vita attraverso la riduzione delle tasse o la promessa di aumento del reddito magari con azioni integrative tutte da dimostrare tipo il reddito di cittadinanza.
Se non si rilegge la società, non si elaborano strumenti nuovi e non si comprende che il reddito da lavoro non è più condizione necessaria e sufficiente di benessere personale e sociale per tutti, le forze tradizionali riformiste non potranno che essere sconfitte. Torno all’immagine televisiva iniziale: se si vuole evitare che forze incontrollabili arrivino a invadere le pianure, il cambiamento deve arrivare dal tema del lavoro, mettendo risorse, impegno, idee e progettualità non solo nella creazione di nuovi posti, ma anche in un moderno sistema di redistribuzione dei patrimoni e nel miglioramento delle condizioni di chi lavora in condizioni precarie.

In questo l’Unione Europea, questa grande area di pace e solidità che i nostri padri hanno costruito, ha un compito essenziale perché questo cambiamento in altre parti è già in corso e linee di buone pratiche sono già disponibili. Occorre che sia l’Unione Europea a regolare questo campo, in modo da non essere più solo l’Europa delle regole economiche, dell’Euro, delle regole ambientali e della BCE, dell’agricoltura e del passaporto unico, ma si ponga anche come l’area di un welfare condiviso. E’ tempo di un welfare europeo.

La strada giusta verso l’Europa Unita è quella di Volt

La globalizzazione e le tecnologie hanno creato un mondo molto diverso da quello che conoscevamo qualche anno fa. Fino a ieri scendevamo dal fruttivendolo sotto casa, oggi andiamo ai banchi delle grandi catene multinazionali, domani non dovremo neanche uscire di casa, frutta e verdura fresca ci suoneranno direttamente al citofono.

Il lavoro sta cambiando, i punti di riferimento stanno cambiando.
Tutto sta cambiando molto velocemente: solo la politica è rimasta indietro.
L’Europa unita ci ha regalato 70 anni di pace e sviluppo senza precedenti storici. 70 anni fa i padri fondatori avevano una visione: basta sprecare energie a farsi la guerra, ma unire invece le risorse e le forze. Una visione di lungo periodo, un programma.
Oggi non vedo più un programma, una visione, un futuro. Si vive alla giornata. La moneta unica dei tecnici non è bastata a creare un continente unito. Molti sono rimasti indietro. L’Europa è grande e ricca di diversità, non possiamo pretendere che tutti capiscano un solo linguaggio.

E’ il momento di ripensare ad una vera Europa Unita, che tenga conto della realtà e delle differenze. Non si può garantire uno standard di vita elevato solo a chi ha 2 lauree, un master e un erasmus alle spalle e vive in centro a Parigi, Milano o Vienna. Le condizioni di partenza sono ancora troppo differenti da una regione all’altra, non tutti hanno le stesse possibilità e questo non è giusto. C’è molto in gioco nelle prossime elezioni europee, alle quali tanti cittadini si avvicinano con un senso di smarrimento e frustrazione, dimenticando la nostra storia e i contributi che insieme possiamo dare per affrontare i problemi di oggi e per riaccendere le speranze del domani.

È tempo di costruire un’Europa diversa, un’Europa libera e forte che non lasci indietro nessuno. Se crediamo nella pace, dobbiamo lavorare sodo per questo. Tutti devono avere le stesse possibilità di costruire la propria vita. Non importa se sei nato in Grecia, in Portogallo, in Ungheria o in Italia. Tutti meritano le stesse opportunità in materia di istruzione, assistenza sanitaria, posti di lavoro. Se non ci prendiamo cura delle persone lasciate indietro, altre si prenderanno cura di loro. Altre persone come i nazionalisti, che ci riporteranno dritti verso un passato che ritenevamo aver lasciato alle spalle. Abbiamo già visto questa storia, abbiamo già visto cosa è successo in un’Europa divisa. Il nazionalismo è ignoranza: noi europei siamo tutti fratelli e sorelle, e inevitabilmente condivideremo tutti il medesimo destino.

Per questo ho deciso di sostenere la campagna di Volt, partendo dall’esperienza maturata nel Consiglio Regionale della Lombardia e da Sindaco, patriotticamente e simpaticamente perché Volt nasce in parte anche da Segrate, la mia città, e sostanzialmente perché i temi e gli obiettivi del movimento sono indispensabili all’Italia e all’Europa per affermare la nascita degli Stati Uniti d’Europa. L’UE diventi EU, l’Unione Europea diventi Europa Unita. Unita nel dialogo con le grandi potenze economiche mondiali, unita nell’aiutare i più deboli, unita nell’affrontare le sfide del futuro.

E’ tempo di cambiare il ritornello stanco che ci sentiamo ripetere da anni: “Ce lo chiede l’Europa”. Ma noi cosa chiediamo all’Europa? E soprattutto: che cosa possiamo dare all’Europa perché l’Europa trovi se stessa? La missione del prossimo Parlamento Europeo sarà di rinsaldare i legami tra l’Europa e i suoi cittadini e di eliminare l’immagine di una goffa tecnocrazia. Se vogliamo combattere il nazionalismo, il Parlamento Europeo deve essere un’assemblea transnazionale capace di emozionare. Torniamo ad amare l’Europa. Non è il momento per grandi piani istituzionali, è il momento di un lavoro paziente vicino alla gente.

La politica è l’unico mezzo per provare a cambiare quello che non va, continuare a lamentarsi dicendo che le cose non funzionano, pensare che niente possa cambiare e che i politici sono tutti uguali sono ragionamenti che non mi appartengono. Con l’impegno, la responsabilità e la speranza possiamo cambiare il nostro domani. Insieme.

Un’Europa di spostati e velocizzati

langerIeri, nel suo discorso alla Camera, Matteo Renzi ha citato Alexander Langer.

Ripartiamo da lì, da quel 1995, ripartiamo da Langer e da Srebrenica, come diceva Langer, per “provare a riparare il mondo“.

“Ho trovato una frase, e partirei da questo, di un grande europeista italiano, risale a 19 anni fa, era il momento in cui la Commissione di Jacques Santer si presentò al Parlamento europeo, forse la prima volta in cui il Parlamento europeo giovò un ruolo anche significativo. Era Alex Langer che diceva queste parole: «stiamo costruendo un’Europa di spostati e velocizzati, dove si smistano sempre più merci, persone, pacchetti azionari, ma si vuotano di vivibilità le città e le regioni». Perché voglio partire da Alex Langer e da quel 1995, peraltro tragico? Peraltro tragico per lui e anche per l’Europa, il 1995 ricordiamo è l’anno di Srebrenica, è l’anno dei caschi blu olandesi, è l’anno del fallimento delle politiche istituzionali o, meglio delle istituzioni rispetto alla politica. Perché sono partito di lì? Sono partito di lì per dire che il rischio di una deriva tecnocratica e burocratica europea è un rischio che non avverte questo Parlamento o questo Governo perché c’è stata la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni, ma è un rischio che è dentro, insito nell’animo e nel cuore di chi da anni si batte per un’Unione europea degna di questo nome”.

L’altro volto della Lombardia

ambrosoliMentre Maroni si chiude in Padania, noi guardiamo all’Europa.

Dal minuto 12’30” potete vedere un servizio sugli incontri di Umberto Ambrosoli a Bruxelles con gli Uffici della Commissione e del Parlamento Europeo, dove si è parlato di innovazione, utilizzo dei fondi regionali e coesione economica e sociale.

A Bruxelles abbiamo portato l’altro volto della Lombardia, quello che non si richiude in se stessa ma scommette sul futuro, che non perde il tempo minacciando irrealizzabili secessioni ma ha una visione multietnica di accoglienza e solidarietà.

Il futuro della Lombardia nel mondo non si può certo costruire erigendo muri divisori

Il testo dell’intervento che ho avuto l’onore di leggere a nome di Umberto Ambrosoli e della minoranza in occasione della visita del Cardinale Scola al Consiglio Regionale.

Eminenza Reverendissima,

Voglio anch’io ringraziarLa per la Sua preziosa presenza in quest’aula.

Intervengo a nome dei gruppi di minoranza, che per gli Statuti stessi di questa Istituzione, sono portati più verso ruoli di vigilanza e di opposizione.

Nello svolgere tale ruolo, però, cerchiamo anche di non cadere in un atteggiamento di contrapposizione pregiudiziale, essendo tutti noi convinti che il tempo presente e le circostanze che viviamo obbliganochiunque abbia assunto un ruolo di rappresentanza politica – a portare un continuo, sincero, positivo contributo affinché lo svolgimento della funzione di questa Istituzione avvenga nella massima efficacia, per la soddisfazione delle tante aspettative della nostra comunità lombarda, prevalentemente dinamica nel suo carattere fortemente operoso, ma anche colpita da così tanta fragilità ed emarginazione, le quali rischiano di minare la nostra convivenza e di portare nei cuori infelicità e disperazione.

Famiglie senza lavoro, tanta gente senza una casa dignitosa, la precarietà dei giovani e la solitudine degli imprenditori in crisi, le condizioni insostenibili dei detenuti, la dissipazione dell’energia delle donne, l’esasperato consumo di suolo e il sempre incombente rischio idrogeologico: cerchiamo sempre di dare un nostro contributo con modestia e spirito collaborativo, sapendo che, come dice il Papa, ” con cuori spezzati in mille frammenti sarà difficile costruire un’autentica pace sociale” (Evangelii Gaudium, 148).

Proprio questa impostazione, Eminenza Reverendissima, ha sorretto ilnostro senso di responsabilità, nel tentativo di ridare credibilità alla funzione sociale della politica e dignità alle sue Istituzioni, così continuamente ferite; nello sforzo ultimo di costruire un clima di fiducia e di affidamento dei cittadini verso i loro rappresentanti.

Responsabilità e fiducia sono parole che ben si accompagnano in ogni discorso, anche se purtroppo non sempre è sufficiente il loro risuonare per invertire tendenze e sentimenti ormai consolidati.

Ma Lei, Eminenza, sembra aver già intuito le difficoltà che incontriamo, il nostro frequente scoramento, e ci viene incontro, prende l’iniziativa, ci anticipa con la Sua Parola.

Mi riferisco non solo alla Sua preziosa presenza di oggi, ma anche alle parole recentissime (durante Sant’Ambrogio) con le quali continuamente ci sprona; alla Sua riflessione di stimolo e di potente orientamento sulla “occasione” di EXPO; al Suo efficace insegnamento Pastorale.

E questo sia quando ci spinge, proprio in occasione di Expo 2015, a ripensarel’anima” di Milano e a progettare un ruolo per la Lombardia da offrire all’Italia e al mondo intero; sia quando ci invita a mettere al centro di tutto la persona umana, a ripensare “un nuovo umanesimo“.

Non possiamo che esserLe grati per questo sostegno che Lei ci offre con la Sua Parola.IMG_3192

E’ vero.

Senza una grande visione condivisa, senza la capacità di trovare “l’anima” del nostro futuro…”istituzioni ed iniziative si trasformano rapidamente in gusci riempiti da procedure ripetitive”...(sono le Sue parole. Eminenza, in Sant’Ambrogio).

Lo viviamo qui quotidianamente: tra mozioni, emendamenti, interrogazioni …ed altre Procedure ripetitive… rischiamo di perdere il senso del nostro futuro, di una prospettiva ampia e condivisa, di un dibattito alto sui valori, su grandi temi come Responsabilità, Fiducia, Accoglienza, Famiglia, Europa, ed altri sui quali costruire, al di là di ogni ideologia, l’avvenire della nostra comunità.

Abbiamo ben inteso, Eminenza: il Suo messaggio riguarda noi politici innanzitutto; sta a noi imparare la “grammatica” dell’uomo che Lei ci propone.

E siamo noi per primi ad essere “chiamati a rispondere“.

E la nostra “ responsabilità” non ha bisogno di asserzioni e di grandi proclami, ma di una cosa soltanto: basta l’esempio!

Siamo chiamati a rispondere con l’esempio, con l’esemplarità di un’azione e di una vita “buona“, come Lei ci dice.

Ma cogliamo anche la Sua preoccupazione, per il valore di stimolo che essa ha, quando dice che la società civile milanese e lombarda patisce una ” frustrante sproporzione” tra le sue grandi potenzialità e le sue effettive possibilità; e quando indica l’origine di tale frustrazione, prima ancora che nelle condizioni strutturali e istituzionali, proprio nella scarsità, o ancora di più nella effettiva mancanza di una ” energia spirituale e morale“, così come anche di una “capacità ideale ed affettiva“.

Lei indica con ciò la principale carenza del nostro tempo, quella di una classe dirigente capace di ” unificare l’esistenza” e di “progettare il futuro“.

E ci indica addirittura l ‘esemplarità di diverse “comunità di immigrati” che invece collaborano non solo ” nella capacità di lavoro e di solidarietà“, ma anche nel dare sempre di più un volto ai milanesi del futuro; così come avvenne nel dopoguerra quando i nostri padri “risollevarono una Milano umiliata e invasa dalle macerie”.

Questa Sua sensibilità, Eminenza, ci rafforza nel nostro umile lavoro quotidiano di resistenza all’azione tracotante di Polifemo. (Scola, 76).

Anche in quest’aula infatti appare ancora, e purtroppo assai spesso, il fantasma della figura omerica, il ciclope che con ferocia ed arroganza si ribellava alla legge divina dell’ospitalità e dell’accoglienza, e invece di sfamare gli ospiti se ne cibava.

A questo “paradigma di ogni dissoluzione barbarica della convivenza umana” come Lei dice, abbiamo cercato di resistere, umilmente ma fermamente, quando sono stati negati i diritti elementari ai minori figli di immigrati; o quando si chiudono le porte a quanti, pur dando il loro contributo di lavoro, vengono emarginati dai benefits di cittadinanza.

IMG_3187Così come resistiamo quando vediamo, striscioni che dicono ” vogliamo il muro del Nord”.

Il futuro di Milano e della Lombardia nel mondo non si può certo costruire erigendo muri divisori.

Siamo confortati in questo dalle Sue parole, così come sollecitati dalla generosa testimonianza di Papa Francesco quando ci assicura che “il tempo è superiore allo spazio” e ci sprona perciò a lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati, categoria cui appartengono certamente i risultati elettorali!

Privilegiare gli spazi di potere, al posto dei tempi dei processi, è il peccato specifico più grave di chi fa attività socio-politica.

Francesco ce lo dice con strabiliante chiarezza: dare priorità al tempo significa occuparsi di “iniziare processi più che di possedere spazi di potere e di autoaffermazione”.

Francesco ci interroga: “… Chi sonoquelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dar vita a processi che costruiscano un popolo, piuttosto che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida quanto effimera, perchè non costruiscono la pienezza umana?”.

La domanda di Francesco risuona qui per tutti noi.

E ci rende responsabili, cioè ci responsabilizza anche di fronte al processo di costruzione dell’Europa.

Ai giovani, unica speranza, come Lei ha ben sottolineato nel suo ultimo incontro con il Presidente Napolitano, ai giovani vogliamo lanciare un appello: Siate Europei. Ora!!

A Milano come a Stoccolma, a Roma come a Berlino, agite quotidianamente da cittadini Europei.

Ai giovani perchè, proprio come dice Papa Francesco, diventare un popolo richiede “un costante processo nel quale ogni nuova generazione si veda coinvolta: è un lavoro lento e arduo, che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia“.

In questa direzione continueremo a rivolgere, Eminenza, i nostri sforzi e le nostre intelligenze.

E seppure consapevoli della fragilità della nostra posizione Laica, sappiamo cogliere l’enorme produttività per il nostro agire politico dei Valori che Lei continuamente ci indica; Lei che appena qualche settimana fa ha voluto ricordare a tutti, cristiani e non, che l’esperienza di “Cristo offre alla libertà una permanente risorsa di rinnovamento” e costituisce una fonte sempre disponibile per la “RIGENERAZIONE dell’umano” e per “promuovere l’amicizia CIVICA nella città”.

Rigenerazione: è termine fondativo della nostra “grammatica” valoriale.

Siamo certi perciò che sulla strada che Lei, Eminenza, ci indicherà, ci troveremo a lungo insieme, a fare lo stesso cammino!

Giovani europei… uniamoci!

giovani_europaMobilitarsi per costruire l’Europa del futuro, che sappia valorizzare le migliori risorse economiche e culturali delle singole nazioni. Spingere per superare le visioni limitate delle politiche nazionali e conferire alle istituzioni politiche europee un reale potere democratico, per dare all’Unione Europea la possibilità di affrontare le grandi sfide economiche, sociali e ambientali del mondo globalizzato.

Questo il messaggio contenuto nell’Appello ai ragazzi d’Europa lanciato da Daniel Cohn-Bendit, presidente del Gruppo Europeo Parlamentare dei Verdi, la prima formazione politica che ha recentemente proposto le primarie on line, una consultazione aperta a tutti i cittadini dei 27 paesi dell’Unione per scegliere i candidati dei Verdi alla presidenza della Commissione europea.

Appello condiviso e rilanciato anche da Umberto Ambrosoli, che propone ai consiglieri lombardi di sottoscrivere una mozione in cui si chiede, tra l’altro, la firma di un “patto pre-costituzionale” da parte dei paesi dell’Eurozona e la convocazione, dopo le elezioni europee, di una Convenzione costituente europea con il mandato di elaborare una costituzione federale, che parli soprattutto ai giovani cittadini europei.

Domattina Daniel Cohn Bendit sarà a Milano per presentare con Umberto Ambrosoli in conferenza stampa l’appello e le altre iniziative conseguenti.

Ore 11, grattacielo Pirelli, presso la Sala stampa del Consiglio regionale della Lombardia, in via Fabio Filzi, 22.

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