fottuto capolavoro

Amour e l’incanto del dolore

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Si torna a respirare europeo all’85sima edizione degli Academy Awards. A sorpresa, Amour di Michael Haneke – già Palma d’Oro a Cannes lo scorso anno – ha raccolto grandi consensi in terra statunitense e si è aggiudicata ben cinque candidature agli Oscar (tra cui Miglior Film, Migliore Sceneggiatura Originale e Miglior Attrice Protagonista). Ma qual è la sua storia?

Georges e Anne sono ottuagenari, persone istruite, insegnanti di musica in pensione con una figlia, Eve, anche lei musicista che vive all’estero con la famiglia. A seguito di un tragico evento l’amore che unisce la coppia verrà messo a dura prova.

Attraverso luci e atmosfere lattiginose, stanze vuote e asettiche, Michael Haneke racconta la vita prima della morte, logorata e consumata proprio come il corpo di Anne, interpretata da una toccante Emmanuelle Riva. Il regista austriaco non spreca parole e attimi, non si lascia andare a ipocrite frasi fatte: preferisce raccontare il lungo sodalizio amoroso tra Georges e Anne attraverso i loro silenzi e i loro sguardi.

Una pellicola, Amour, che sceglie di raccontare l’amore in senso lato, espressione di devozione, di pietas, di incanto e di ricordi: è una. Accanto alla interpretazione di Jean-Louis Trintignant, delicata e rude allo stesso tempo, si affianca l’eccezionale performance, nel ruolo della figlia Eve, di Isabelle Huppert – che ha già avuto occasione di misurarsi con il tema interpretando una vaneggiante Lady MacBeth moderna, nel finale di Bella addormentata di Marco Bellocchio.

Ciò che affascina in assoluto del film è l’indiscussa perfezione geometrica con cui Haneke racconta un dolore a cui non ci si potrà mai abituare: l’idea di perdere chi si ama, davvero.

Riassumendo il mio parere, Amour entra di diritto in quella classifica di pellicole che sono solito definire “fottuti capolavori“. E sono pochi ad essersi aggiudicati questa veritiera definizione.

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