Unione Europea

Per un’Europa come Milano

Con Silvia Roggiani al convegno organizzato dal PD di Segrate “Una nuova Europa”

Appartengo a una generazione che è cresciuta mentre l’Europa cresceva. Avevo diciott’anni quando fu firmato il trattato di Maastricht, sull’entusiasmo della riunificazione delle due Germanie e non sto a ricordare cosa avesse significato e significhi tuttora quella riunificazione. Gli anni ’90 erano anche i primi anni dell’Erasmus; io non vi ho partecipato, ma mio fratello fece un semestre ad Helsinki. I miei primi stipendi li ho presi in Euro. L’idea di rinunciare a tutto questo mi lascia allibito.
Non mi metto a discutere di regole e grandi principi economici. Prendo atto che i componenti della attuale maggioranza di governo non hanno mai smesso di parlare di uscita dall’euro. In lista alle europee per la Lega c’è quella avvocato Donato, che è presidente dell’associazione Progetto Eurexit. Eur – exit.
Grillo e i suoi sulla guerra all’Unione Europea chiedendo l’uscita dall’euro, se non dalla stessa UE, ci hanno fatto una scorpacciata di consensi e una conseguente scalata elettorale.
Faccio fatica a capire come sia sicuramente meglio per una nazione avere una moneta debole anziché una delle monete più forte, stabili e apprezzate del pianeta. Soprattutto per una nazione, l’Italia, che ha uno dei peggiori rapporti al mondo tra debito pubblico e prodotto interno lordo. In questa classifica (che indica il rischio che abbiamo di rimpiangere il 2012 e Mario Monti), in Europa siamo superati solo dalla Grecia e al mondo anche dal Libano, dallo Yemen e, tra le nazioni di un certo peso, solo dal Giappone.
Il Giappone è molto, molto diverso da noi. Un esempio; i più accaniti sostenitori nostalgici della precedente amministrazione di Segrate si affannano ogni giorno a diffondere in Rete foto di rifiuti domestici che quotidianamente, implacabilmente vengono abbandonati nei cestini o di cartacce buttate a terra (ovviamente nel giro di qualche ora tutto viene raccolto e ripulito); diffondono quelle foto a sostegno della tesi che quando “c’era Lui” i rifiuti venivano raccolti da Lui o dal suo assessore prima ancora che toccassero il suolo.
Sei anni fa sono stato in Giappone. Per le strade di Tokyo non ci sono cestini. Sono stati eliminati come misura di sicurezza dopo gli attentati del 1995 e da allora nessun giapponese per bene butta rifiuti per terra. Se un turista fa cadere la carta di una caramella, il primo giapponese che passa la raccoglie e la mette in tasca per buttarla via.
Il Giappone è diverso dall’Italia non solo per questo, ma anche perché in Giappone la soglia dell’IVA è l’8%, da noi è il 22; il Giappone ha un sistema giudiziario efficientissimo; il risparmio privato è sei volte quello italiano, i crediti inesigibili sono in percentuale un decimo dei nostri.
Non paragoniamoci col Giappone o con lo Yemen. Il nostro debito pubblico è il più rischioso del mondo. Ho fatto solo qualche esame di economia, ma immagino che se paghiamo così poco di interessi è perché abbiamo l’euro, perché siamo nella UE e perché abbiamo avuto politici lungimiranti come Romano Prodi.
Io voglio un’Italia che cresce in un’Europa che cresce. Per me e per le mie figlie. Segnalare una iniziativa che stiamo preparando come amministrazione comunale e che ha una lettura europeista.
Vi ricordate l’attentato al mercatino di Natale che c’è stato a Strasburgo?
E’ l’ultimo a matrice islamica avvenuto in Europa, l’11 dicembre scorso, l’11 dicembre 2018. Verso le 20 di sera un uomo, un 29enne nato a Strasburgo, armato con una pistola e un coltello entrò in un mercatino di Natale e iniziò a sparare contro la folla ferendo una ventina di persone. Tre morirono subito, altri due nei giorni successivi. L’Europarlamento, impegnato nella sessione plenaria, venne chiuso così come tutto il centro della città. Il presidente dell’europarlamento Tajani tenne aperta la seduta fino alle 3 di notte quando i deputati, il personale e i giornalisti del Parlamento europeo furono finalmente fatti uscire.
Tra i due feriti che morirono dopo ore di agonia c’era un giovane italiano, Antonio Megalizzi, un giornalista di 28 anni che era stato colpito da un proiettile alla testa; le sue condizioni era apparse da subito disperate.
Antonio era un italiano-europeo. Era uno dei conduttori di Europhonica, uno dei format radiofonici di RadUni, associazione che raggruppa radio universitarie italiane. Era arrivato a Strasburgo qualche giorno prima dell’attacco per seguire l’attività dell’Europarlamento nell’ultima sessione plenaria dell’anno.
La famiglia Megalizzi è originaria di Reggio Calabria, ma pochi mesi dopo la nascita di Antonio si è trasferì a Trento, dove il giovane viveva. Dopo l’università a Verona, Antonio si era specializzato in studi internazionali all’Università di Trento e stava seguendo un master sulle istituzioni europee. Era un giovane appassionato di giornalismo, di politica, era un europeista convinto.
Nel marzo del 2017 aveva scritto su Facebook:
Gli euroscettici sono come quelli che nei film horror decidono di dividersi e staccarsi dal gruppo. Ce li avete presente? Finiscono sempre mangiati da un mostro, con noi spettatori che urliamo inutilmente di non farlo“.
Questo era Antonio Megalizzi.
Il 19 maggio, tra due settimane esatte, Segrate dedicherà ad Antonio Megalizzi il grande spazio verde all’ingresso della città, di fronte all’aeroplanino e alla Moschea, tra la Cassanese e via Fratelli Cervi.
La famiglia Megalizzi è stata invitata e ha accettato e in onore di Antonio daremo a quello spazio un’impronta europea; vi abbiamo piantato di recente degli alberi e ne assegneremo uno ad ogni nazione dell’Unione. Per ora Gran Bretagna compresa.
Concludo con un invito. Mettiamo sui nostri balconi e davanzali la bandiera europea. So che Francesco Di Chio ne ha distribuite tra gli iscritti. Anche Segrate Nostra ha preso una iniziativa simile, facendo un banchetto elettorale a Centroparco. Penso che l’idea europea abbia bisogno di un sostegno così visibile e coinvolgente. Facciamolo.
Viva l’Europa!

Priorità per l’Unione Europea che verrà: i working poor

Fare il sindaco in Italia oggi è un po’ vivere sulla propria pelle la serie di telefilm “Il trono di spade“. Per chi non la conoscesse riassumo in breve la sceneggiatura: da una parte ci sono le pianure con i palazzi, gli scontri per il potere, le regine, i re, i nani, i sacerdoti, i soldati, gli omicidi, gli amori, gli eserciti che si affrontano, mentre a nord c’è la barriera: un enorme muro che divide il mondo della pianura da un territorio sconosciuto che fa paura.
Essere sindaco oggi di una città medio-piccola come la mia è un po’ come fare il guardiano di questa barriera, in quanto si ha a che fare più da vicino con le forze che minacciano di invadere la pianura. Il nostro ruolo è di mettere in guardia i signori che vivono nei palazzi. Ed è quello che stiamo facendo. Da tempo noi sindaci d’Italia stiamo dicendo a gran voce a chi sta al governo centrale o regionale che questa rabbia è arrivata e batte forte i pugni contro la barriera che non sappiamo fino a che punto reggerà.

Ma cosa sta succedendo? Succede che negli ultimi anni è cresciuta prepotentemente in Italia e in Europa, la categoria dei lavoratori poveri (i cosiddetti working poor). Sono soprattutto loro a picchiare sulla barriera. Secondo Eurostat (marzo 2018) in Italia sono 12 su 100, contro la media europea del 9,6%. Persone che lavorano, ma dalla loro occupazione non traggono sufficiente reddito per il loro benessere e quello delle loro famiglie.
Le azioni di sostegno attivo e strutturale verso questi lavoratori sono mancanti o insufficienti perché, sebbene poveri, non sono disoccupati o in cerca di occupazione. I servizi sociali comunali hanno risorse limitate e quasi sempre altre priorità. I “Working poor” devono perciò rivolgere a istituzioni caritatevoli dove trovano assistenza, cibo e vestiario, al pari delle persone senza casa costrette a vivere per strada, mentre sono lavoratori da sostenere con politiche attive: formazione e miglioramento delle competenze, sostegno e aiuto nella ricerca di un impiego migliore.
Affrontare i problemi dei lavoratori poveri significa produrre investimenti, innovazione e sviluppo. I problemi dell’occupazione oggi sono trattati con modelli obsoleti, mentre il lavoro cambia nei modi, ad esempio con sviluppo del digitale e della manifattura 4.0; nei tempi con la liberalizzazione degli orari e la perdita di differenziazione tra tempi di vita e di lavoro; e nei luoghi, non più fabbriche e uffici ma attività agile a casa, in treno, nei bar, grazie alla diffusione delle reti.
Non stupisce quindi che gli elettori abbiano preferito votare coloro che promettevano migliori garanzie di vita attraverso la riduzione delle tasse o la promessa di aumento del reddito magari con azioni integrative tutte da dimostrare tipo il reddito di cittadinanza.
Se non si rilegge la società, non si elaborano strumenti nuovi e non si comprende che il reddito da lavoro non è più condizione necessaria e sufficiente di benessere personale e sociale per tutti, le forze tradizionali riformiste non potranno che essere sconfitte. Torno all’immagine televisiva iniziale: se si vuole evitare che forze incontrollabili arrivino a invadere le pianure, il cambiamento deve arrivare dal tema del lavoro, mettendo risorse, impegno, idee e progettualità non solo nella creazione di nuovi posti, ma anche in un moderno sistema di redistribuzione dei patrimoni e nel miglioramento delle condizioni di chi lavora in condizioni precarie.

In questo l’Unione Europea, questa grande area di pace e solidità che i nostri padri hanno costruito, ha un compito essenziale perché questo cambiamento in altre parti è già in corso e linee di buone pratiche sono già disponibili. Occorre che sia l’Unione Europea a regolare questo campo, in modo da non essere più solo l’Europa delle regole economiche, dell’Euro, delle regole ambientali e della BCE, dell’agricoltura e del passaporto unico, ma si ponga anche come l’area di un welfare condiviso. E’ tempo di un welfare europeo.

La strada giusta verso l’Europa Unita è quella di Volt

La globalizzazione e le tecnologie hanno creato un mondo molto diverso da quello che conoscevamo qualche anno fa. Fino a ieri scendevamo dal fruttivendolo sotto casa, oggi andiamo ai banchi delle grandi catene multinazionali, domani non dovremo neanche uscire di casa, frutta e verdura fresca ci suoneranno direttamente al citofono.

Il lavoro sta cambiando, i punti di riferimento stanno cambiando.
Tutto sta cambiando molto velocemente: solo la politica è rimasta indietro.
L’Europa unita ci ha regalato 70 anni di pace e sviluppo senza precedenti storici. 70 anni fa i padri fondatori avevano una visione: basta sprecare energie a farsi la guerra, ma unire invece le risorse e le forze. Una visione di lungo periodo, un programma.
Oggi non vedo più un programma, una visione, un futuro. Si vive alla giornata. La moneta unica dei tecnici non è bastata a creare un continente unito. Molti sono rimasti indietro. L’Europa è grande e ricca di diversità, non possiamo pretendere che tutti capiscano un solo linguaggio.

E’ il momento di ripensare ad una vera Europa Unita, che tenga conto della realtà e delle differenze. Non si può garantire uno standard di vita elevato solo a chi ha 2 lauree, un master e un erasmus alle spalle e vive in centro a Parigi, Milano o Vienna. Le condizioni di partenza sono ancora troppo differenti da una regione all’altra, non tutti hanno le stesse possibilità e questo non è giusto. C’è molto in gioco nelle prossime elezioni europee, alle quali tanti cittadini si avvicinano con un senso di smarrimento e frustrazione, dimenticando la nostra storia e i contributi che insieme possiamo dare per affrontare i problemi di oggi e per riaccendere le speranze del domani.

È tempo di costruire un’Europa diversa, un’Europa libera e forte che non lasci indietro nessuno. Se crediamo nella pace, dobbiamo lavorare sodo per questo. Tutti devono avere le stesse possibilità di costruire la propria vita. Non importa se sei nato in Grecia, in Portogallo, in Ungheria o in Italia. Tutti meritano le stesse opportunità in materia di istruzione, assistenza sanitaria, posti di lavoro. Se non ci prendiamo cura delle persone lasciate indietro, altre si prenderanno cura di loro. Altre persone come i nazionalisti, che ci riporteranno dritti verso un passato che ritenevamo aver lasciato alle spalle. Abbiamo già visto questa storia, abbiamo già visto cosa è successo in un’Europa divisa. Il nazionalismo è ignoranza: noi europei siamo tutti fratelli e sorelle, e inevitabilmente condivideremo tutti il medesimo destino.

Per questo ho deciso di sostenere la campagna di Volt, partendo dall’esperienza maturata nel Consiglio Regionale della Lombardia e da Sindaco, patriotticamente e simpaticamente perché Volt nasce in parte anche da Segrate, la mia città, e sostanzialmente perché i temi e gli obiettivi del movimento sono indispensabili all’Italia e all’Europa per affermare la nascita degli Stati Uniti d’Europa. L’UE diventi EU, l’Unione Europea diventi Europa Unita. Unita nel dialogo con le grandi potenze economiche mondiali, unita nell’aiutare i più deboli, unita nell’affrontare le sfide del futuro.

E’ tempo di cambiare il ritornello stanco che ci sentiamo ripetere da anni: “Ce lo chiede l’Europa”. Ma noi cosa chiediamo all’Europa? E soprattutto: che cosa possiamo dare all’Europa perché l’Europa trovi se stessa? La missione del prossimo Parlamento Europeo sarà di rinsaldare i legami tra l’Europa e i suoi cittadini e di eliminare l’immagine di una goffa tecnocrazia. Se vogliamo combattere il nazionalismo, il Parlamento Europeo deve essere un’assemblea transnazionale capace di emozionare. Torniamo ad amare l’Europa. Non è il momento per grandi piani istituzionali, è il momento di un lavoro paziente vicino alla gente.

La politica è l’unico mezzo per provare a cambiare quello che non va, continuare a lamentarsi dicendo che le cose non funzionano, pensare che niente possa cambiare e che i politici sono tutti uguali sono ragionamenti che non mi appartengono. Con l’impegno, la responsabilità e la speranza possiamo cambiare il nostro domani. Insieme.

Più di metà dei fondi UE 2007-2013 non sono ancora stati spesi

pirelloneLa Lombardia è una delle regioni che spende meglio i fondi europei; ma meglio non vuol dire necessariamente bene.

Infatti, arrrivati all’ultimo anno di programmazione dei fondi europei (2007-2013), degli oltre 1,3 miliardi di euro a disposizione dalla UE alla Lombardia che li distribuisce tramite una vasta serie di bandi, ne sono stati spesi, finora, poco meno della metà.

Sarà una corsa contro il tempo riuscire a portare a termine le migliaia di progetti messi in cantiere, anche se per farlo l’Unione Europea mette a disposizione tutto il 2014 e il 2015; ma c’è un’altra sfida che la macchina regionale e la futura nuova amministrazione hanno davanti, e qui i tempi sono davvero strettissimi: entro giugno si dovrà convincere l’Europa a rifinanziare con gli stessi soldi (o magari di più) la programmazione 2014-2020.

Insomma, c’è lavoro che ci attende in Regione.

 

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